Tutti gli articoli di Gianluca Pisutu

EPYC: AMD arriva nei data center Baidu

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L'home page del motore di ricerca Baidu. La compagnia cinese ha deciso di investire sui processori AMD EPYC

L’home page del motore di ricerca Baidu.

Baidu, primo motore di ricerca della Cina e terzo a livello globale dopo Google e Bing (dati del 2016), ha annunciato l’arrivo dei processori AMD Epyc nei propri data center. Come abbiamo visto in una precedente intervista, la compagnia è particolarmente interessata ad IA (intelligenze artificiali), Big Data, machine learning e deep learning, il che presuppone l’impiego di elevata capacità di calcolo al fine di accelerare l’analisi dei dati e l’addestramento delle reti neurali.

AMD Epyc (variante da 32 core, fino a 2TB di RAM gestibile) sembra rispondere alle esigenze di Baidu che ha deciso di impiegarlo in modalità single socket per workload IA, Big Data e servizi cloud.

By offering outstanding performance in single-processor systems, the AMD Epyc platform provides flexibility and high-performance in our datacenter, which allows Baidu to deliver more efficient services to our customers. AMD EPYC processors provide Baidu with a new level of energy efficient and powerful computing capability

ha dichiarato Liu Chao (senior director presso Baidu). Baidu non è tuttavia la prima azienda a testare sul campo Epyc. La variante 7551 (frequenza di lavoro compresa tra 2.2GHZ e 3GHZ) è infatti impiegata da alcune settimane nei data center Microsoft per la gestione delle macchine virtuali della serie L (da 8 a 64 vCPU, fino a 15TB di storage e 4TB di RAM). A convincere i vertici di Azure anche la superiore connettività (+33%, si parla di 128 linee PCI per processore) offerta dal setup dual socket AMD rispetto alla concorrenza.

Epyc: il ritorno di AMD?

Si tratta indubbiamente di ottime notizie per AMD che, oltre ad essersi rimessa in gioco con la nuova gamma di processori basati sull’architettura Ryzen (processo produttivo a 14nm), è riuscita a scuotere il mercato a tutto vantaggio di privati ed aziende: basta dare uno sguardo ai listini dei rivenditori online per notare come le CPU AMD offrano prestazioni comparabili a quelle di prodotti inseriti in fasce di prezzo superiori (es: la CPU consumer AMD 1600 offre 200€ lo stesso numero di core dell’Intel i7 6800K a 400€).

Certo, Intel resta ancora lontano, del resto ha avuto modo di consolidare tranquillamente la propria posizione grazie alla scarsa competitività degli inseguitori, ma AMD è sulla buona strada. Il trend “negativo” sembra essersi infatti invertito e l’arrivo della piattaforma Ryzen 2 (Q1 2018) potrebbe dare ulteriore slancio al positivo momento dell’azienda.

Fonti: 1, 2

 

UE all’ICANN: Whois non rispetta la normativa vigente

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ICANN e Whois

Nuovo imprevisto per l’ICANN e le difficili manovre di avvicinamento al GDPR (General Data Protection Regulation), la nuova normativa sulla protezione dei dati personali ad entrare in vigore da Maggio 2018.

In alcuni post precedenti abbiamo visto come lo stesso ente stia “navigando a vista” e non abbia in mente una strategia precisa. Al contempo i Registri Verisign ed Afilias stanno ad esempio sperimentando l’ipotetico successore di Whois, RDAP (Registration Data Access Protocol), ma rappresentano la minoranza di una categoria che sta ancora valutando il da farsi; il CENTR (Council of European National Top Level Domain Registries) ha avviato alcune indagini interne per vagliare le intenzioni dei membri ma oltre a generali indicazioni si attende l’apertura di vari “tavoli di discussione” che, probabilmente, non riusciranno a produrre nulla di concreto entro il 28 Maggio.

A complicare ulteriormente il quadro la comunicazione inviata dal gruppo di lavoro dell’UE WP29 (Article 29 Working Party), che prende il nome dall’articolo 29 della normativa vigente sulla tutela dei dati personali (risale al 1995) ed è formato dalle agenzie di protezione dati di ciascuno Stato membro.

Whois non rispetta le regole

Le parole del WP29 sono state piuttosto chiare: essendo la pubblicazione online dei dati personali del cliente un requisito necessario all’acquisto del dominio ed essendo i record Whois liberamente consultabili, l’ICANN sta infrangendo le normative previste dalla “vecchia normativa” varata nel 1995 (95/46/EC) – della quale il GDPR ricalca alcuni aspetti.

WP29 wishes to stress that the unlimited publication of personal data of individual domain name holders raises serious concerns regarding the lawfulness of such practice under the current European Data Protection directive (95/46/EC), especially regarding the necessity to have a legitimate purpose and a legal ground for such processing.

L’approccio ottimale suggerito dal WP29 rispecchia quanto previsto dall’attuale normativa (e quella futura), ovvero la possibilità di segmentare la consultazione dei record permettendo accesso completo alle sole forze dell’ordine ed altri enti che ne richiedono la visione per accertamenti di varia natura. La questione non sembra essere tuttavia nuova perchè tale richiesta fu già avanzata all’ICANN nel 2003:

WP29 has stressed the importance of layered access to the personal data contained in the WHOIS directories since 2003. Since the GDPR is based on the same principles as the data protection Directive, and there is no fundamental change in the available legal grounds, WP29 urges ICANN to analyse whether modifications to its WHOIS-policy are needed.

Ora non resta che attendere le mosse dell’ICANN, intenzionato a fornire delle linee guida più dettagliate entro il 22 di Dicembre – afferma al stampa specializzata.

Fonte: 1

Addio licenze software: il futuro è SaaS

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Oracle è anche un noto provider di soluzioni SaaS

L’infografica che Oracle ha dedicato alla propria suite SaaS. Fonte: sito ufficiale.

L’acquisto delle licenze software sembra una pratica destinata a divenire obsoleta nell’arco di alcuni anni, affermano gli analisti Gartner. Entro il 2019 i principali software enterprise, almeno 1/3, passeranno  dal modello cloud first a quello cloud only. La seconda notizia che non farà certamente piacere alle aziende sarà il costante incremento dei prezzi delle soluzioni SaaS, unitamente all’indesiderata problematica del vendor lock-in, l’impossibilità di cambiare facilmente il fornitore del servizio.

Se si confronta l’andamento del mercato IaaS con quello SaaS ci si accorge che i due si stanno orientando verso modelli completamente differenti: il primo è caratterizzato da un’ampia libertà concessa ai clienti (è relativamente facile spostare un workload da un provider all’altro) e da un costante calo dei prezzi – sui quali si gioca in parte la battaglia tra i big del settore. Il secondo poggia invece su una palese strategia di lock-in ed una corsa al rialzo dei listini (+8% su base annua negli ultimi tre anni).

E’ per questo che “occorre prestare attenzione al SaaS”, ha osservato Milind Govenkar (research VP presso Gartner).

L’esempio SaaS di Schneider Electric

Dalle tendenze di mercato si ricavano le principali problematiche del modello SaaS: affidandosi ad una soluzione di terze parti e sulla quale non si ha alcun controllo, il cliente non ha alcuna voce in capitolo in merito al listino prezzi – la cui gestione resta a discrezione del vendor. Essendo infine tali software profondamente integrati con le operazioni interne dell’azienda, è estremamente difficile cambiare provider.

Una tipologia di software che corrisponde perfettamente all’identikit tracciato è quella DCMI (data center infrastructure management). Il livello di penetrazione di una soluzione DCMI nell’infrastruttura on premise è elevato andando a permearne quasi ogni ambito, dai sistemi elettrici/meccanici fino a quelli di gestione dei servizi IT. Considerando gli elevati costi e la difficoltà di deploy di una soluzione DCMI, è chiaro che il contratto firmato con il provider sia considerabile quasi come “a vita”.

Interpellato dal portale Data Center Knowledge, Steven Carlini (senior marketing director data center product presso Schneider Electric, noto provider di soluzioni DCMI) ha confermato le previsioni degli analisti, sebbene l’espressione “sul lungo termine” indichi un periodo di transizione superiore ai due anni suggeriti da Gartner: “That’s the roadmap [in the long term]. […] Because it makes sense; instead of trying to have (on-premises) instances of DCIM and every application, to have it managed in the cloud and have the data, so that’s the roadmap.”  

Fonte: 1

AWS re:Invent 2017: gli annunci più importanti

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AWS DeepLens

Il device AWS DeepLens può appoggiarsi alle tecnologie machine learning.

Il re:Invent 2017 sta per concludersi (oggi è l’ultimo giorno) ed è giunto il momento di passare in rassegna i principali annunci della convention AWS da oltre 40.000 visitatori. Di VMware Cloud abbiamo già parlato in un precedente articolo.

Sicuramente in cantiere già da alcuni mesi, le funzionalità aggiuntive ed in generale il “potenziamento del servizio” (maggior numero di VM controllabili, aggiunta di una seconda region) sono serviti anache a rispondere alla “provocazione” di Microsoft.

Gli addetti ai lavori ipotizzavano l’arrivo di novità su Kubernetes e le tecnologie serverless e machine learning. AWS ha rispettato il copione, di seguito un elenco dei principali annunci del re:Invent:

 

  • Amazon Elastic Container Service for Kubernetes. Lo strumento ideato da Google (ora open source) è la soluzione preferita in ambito enterprise per l’orchestrazione dei container. Il 63% degli utenti Kubernetes è su AWS, afferma il cloud provider. Il servizio non fa altro che offrire supporto ufficiale e piena compatibilità a tutti coloro che utilizzano Kubernetes nel cloud.
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  • Amazon Rekognition Video. Soluzione che espande le capacità di Rekognition (analisi immagini). Il servizio è in grado di appoggiarsi ad algoritmi deep learning per analizzare i filmati ed identificare oggetti/animali/persone ed azioni effettuate dai soggetti ripresi (es: stabilire che una ragazza al parco sta praticando jogging e quindi un’attività sportiva). Per facilitare l’invio e l’archiviazione nel cloud del materiale acquisito da dispositivi vari come telecamere di sorveglianza, AWS ha presentato Amazon Kinesis Video Streams.
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  • SageMarker è un servizio che aiuta gli sviluppatori a creare, addestrare ed effettuare il deploy di modelli machine learning su larga scala.
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  • DeepLens è una piccola telecamera che può avvalersi del machine learning.  Il device è ad esempio in grado di interpretare un sorriso di una persona che scorre un elenco di album musicali come un segno di approvazione/soddisfazione ed adeguare di conseguenza i suggerimenti da mostrargli a breve. O inviare un messaggio al padrone di casa se l’animale domestico ha superato la staccionata o se qualcuno si è introdotto nell’area sorvegliata in sua assenza.
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  • AWS Transcribe, che al momento supporta solo la lingua inglese e spagnola, è in grado di trasformare in testi grammaticalmente corretti le conversazioni ascoltate in qualsiasi video.
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  • Amazon Translate esegue traduzioni in tempo reale, il servizio può ad esempio essere impiegato per tradure in un’altra lingua centinaia di commenti pubblicati su un social network (contenuti generati in tempo reale)  o per tradurre una risposta del servizio di assistenza clienti (dall’inglese ad un altra lingua via email, ticket system, chat etc.).
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  • Amazon Comprehend analizza i testi individuando varie tipologie di entità (persone, prodotti, punti di interesse, brand etc.), sentimenti (positivi, negativi, neutrali etc.) ed estrapolando frasi chiave. Al momento sono supportate solo due lingue, inglese e spagnolo.
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  • Amazon Aurora Serverless e Multi-Master. Il database Aurora è ora in grado di avviare e terminare automaticamente delle istanze adeguandole ai carichi di lavoro. Multi-Master migliora la resilienza e le performance del database scalando su più data center e distribuendo i processi di scrittura su più availability zone.
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  • AWS Neptune è un graph database full managed. Può rivelarsi utile nella creazione di mappe concettuali, ad esempio per sviluppatori che vogliono elaborare una schema delle relazioni tra differenti entità di un network.
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  • Glabal Tables ed una nuova funzionalità di backup e ripristino sono state invece implementate su DynamoDB. La prima consente di replicare le tabelle in diverse region, andando oltre le consuete availability zone, abbassando le latenze ed incrementando le prestazioni delle app. La seconda consente di effettuare backup continui o su richiesta dell’utente.

Quali saranno le risposte dei competitor all’indomani del re:Invent 2017?

Fonti: 1, 2, 3

ICANN: come risolvere il problema dell’abuso gTLD?

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Il CCT si è soffermato sul problema dell'abuso gTLD

Il CCT è un gruppo di lavoro dell’ICANN che si occupa periodicamente di condurre una ricerca approfondita sull’impatto che i nuovi gTLD stanno avendo sulla competizione, sulla libertà di scelta del consumatore e la fiducia di quest’ultimo nei confronti dell’industria dei domini.

Nella seconda tornata di conclusioni, il team si è soffermato soprattutto sulla problematica dell’abuso dei gTLD, ovvero l’acquisto di ingenti quantità di domini (solitamente a prezzi stracciati) da impiegare in attività illegali.

Il CCT ha constatato che il fenomeno non si è fortunatamente intensificato ma che, grazie alla non curanza di Registri e registrar, gli “abuser” si stanno spostando rapidamente dai legacy gTLD a quelli lanciati sul mercato dal 2012 in poi (i nuovi gTLD come .TOP, .HOLIDAY etc.):

Generally, the DNS Abuse Study indicates that the introduction of new gTLDs did not increase the total amount of abuse for all gTLDs. […] Factors such as registration restrictions, price, and registrar-specific practices seem more likely to affect abuse rates

Ed a tal proposito è il Registro Famous Four Media (FFM), insieme ad alcuni registrar affiliati come AlpNames, ad aver ricevuto il maggior numero di critiche da parte del CCT.

Strategie di mercato controproducenti

A complicare la situazione il comportamento di alcuni Registri che “sembrano sia incoraggiare che ignorare volutamente il [fenomeno dell’abuso]”. AlpNames, registrar sotto l’ala dell’FFM, è ad esempio solito regalare o vendere domini a prezzi molto bassi (1$ o meno), oltre ad offrire degli strumenti che consentono di generare, su 27 estensioni differenti, fino a 2000 domini in modo casuale – il tool crea dei nomi effettivamente disponibili, l’invito perfetto per gli abuser osserva il CCT. Non a caso, sottolinea il team, FMM ed affiliati sono tra i vendor preferiti dai malintenzionati.

Affidandosi ad una lista di 11 domain blockers (SpamHaus etc.) il CCT ha stilato una lista dei gTLD più colpiti: .SCIENCE ha avuto dei picchi di abuse rate del 50%; .DOWNLOAD, .STREAM, .REVIEW, .ACCOUNTANT, .TRADE una media del 10% (tutti gestiti da FMM). Chiudono la rassegna .CLICK (Uniregistry), .TOP e .GDN.

Chi può e deve fare qualcosa è l’ICANN. Tutti i Registri e registrar coinvolti sono tra i maggiori dell’industria ed è impensabile che non siano al corrente del problema. Tra i suggerimenti avanzati dal gruppo di lavoro, nel quale tuttavia permangono opinioni contrastanti sul da farsi, abbiamo:

  • obbligo di ripulire le proprie zone a tutti i Registri/registrar la cui domain base è costituita per il 10% o più da domini registrati per pratiche di abuso. Coloro che non porteranno a termine la pulizia saranno sottoposti ad una procedura disciplinare (Domain Abuse Dispute Resolution Process);
  • sospensione dei contratti ICANN per tutti i Registri/registrar associati a palesi fenomeni di domain abuse (tassi estremamente alti);
  • incentivi finanziari (sconto sulle commissioni dovute all’ICANN) per tutti i Registri che mettono in atto misure preventive in chiave anti-abuso.

Fonte: 1

VMware Cloud su AWS: le novità del re:Invent 2017

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VMware Cloud: gli annunci del re:Invent 2017

Lo scontro a distanza tra VMware/AWS e Microsoft continua e sceglie il palco del re:Invent 2017 di Las Vegas per scrivere l’ultimo capitolo della vicenda iniziata lo scorso 21 Novembre. In breve Corey Sanders (Director of Compute Azure) annunciava l’arrivo di nuovi servizi per facilitare la migrazione di clienti VMware su Azure, affermando inoltre che la proposta VMware Cloud (su AWS, naturalmente il competitor non è stato menzionato) era inadeguata a soddisfare le “esigenze cloud ibrido” di determinati clienti.

La risposta di VMware non si era fatta attendere: nessun tipo di assistenza ai clienti che sceglieranno Azure, piattaforma non testata/certificata dagli ingegneri VMware ed inadeguata a soddisfare le esigenze cloud ibrido e multi cloud dei clienti – scriveva qualche giorno dopo Ajay Patel (senior vp for product development and cloud services presso VMware).

Quale migliore vetrina del re:Invent 2017 per ribadire meglio il concetto a Microsoft? Nella seconda giornata della convention sono infatti arrivati con una certa puntualità una serie di annunci che vanno ad espandere le funzionalità di VMware Cloud: si va da una soluzione “disaster recovery” as a service basata su Site Recovery VMware fino ad una migliorata portabilità/migrazione delle app ed un ampliamento dell’ecosistema partner ma non solo.

Destinazione cloud ibrido

Infografica dedicata al disaster recovery

Panoramica delle funzionalità disaster recovery

 

Nel caso in cui le VM on premise non siano più in grado di operare correttamente, le app ed i workload in esse ospitati saranno spostati automaticamente nel cloud AWS. Il modello tariffario applicato sarà il classico pay per use, i clienti pagheranno in base all’effettivo utilizzo del servizio e solo per le VM che si è deciso di proteggere con la “variante cloud” di Site Recovery.

Il focus sul cloud ibrido continua con Hybrid Cloud Extension, disponibile in preview mode e pensato per per chi gestisce applicazioni ibride. Tra le caratteristiche principali: migrazioni automatizzate e su larga scala per i workload; connessioni sicure e ad alte prestazioni per applicazioni ibride; mobilità delle app tra ambienti vSphere on premise e VMware Cloud AWS; interconnessioni multi sito, ottimizzato per WAN e load balanced. Si unisce poi alla suite anche vMotion che, grazie anche al supporto ad AWS Direct Connect, permette la migrazione di workload in esecuzione da ambienti on premise al cloud.

Il rilancio si completa con un ampliamento dei partner che supportano VMware Cloud su AWS, la possibilità di gestire decine di migliaia di VM e la disponibilità del servizio in una nuova region (US East si affianca alla US West supportata dal lancio).

Fonte: 1

CENTR: il mercato dei domini nel Q3 2017

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Il rapporto del CENTR sul mercato dei domini (Q3 2017)

.TOP ed .XYZ hanno contribuito in modo decisivo al calo delle percentuali di crescita. Se le due estensioni non fossero state considerate si sarebbe registrato un +1% nel Q3 2017 ed un +2.5% su base annua (YOY). Fonte: rapporto CENTR.

Il CENTR (Council of European National Top-Level Domain Registries) ha rilasciato in questi giorni il DomainWire Global TLD Report aggiornato al terzo trimestre dell’anno (Q3 2017).

Solitamente ci dedichiamo alla sola analisi del report Verisign ma il CENTR è in grado di offrirci informazioni più precise sull’andamento del mercato dei domini nel Vecchio continente. 

Prima di tutto bisogna ricordare che il CENTR adotta una terminologia leggermente differente da quella Verisign. Nello specifico per gTLD legacy si intendono tutti i domini rilasciati dall’ICANN prima del 2012, anno in cui è stato avviato il programma di “rilancio” del mercato che prevedeva il lancio di 700 nuove estensioni (nuovi gTLD). In questo gruppo figurano .AERO, .ASIA, .CAT, .COM, .INFO, .JOBS, .MOBI, .NAME, .NET, .ORG, .PRO, .TEL, .TRAVEL, .XXX.

A livello globale il CENTR ha censito 311 milioni di domini e constatato un calo delle percentuali di crescita che l’industria si trascina ormai da alcuni anni. Ad aver contribuito al consolidamento del trend negativo “l’evaporazione” degli investimenti cinesi e la contrazione significativa delle estensioni .XYZ e .TOP, il cui precedente boom era stato sicuramente provocato da manovre speculative.

Le quote di mercato si suddividono in modo quasi equo tra ccTLD (40.7%) e legacy gTLD (52.7%). I gTLD restano invece al 6.6% (-0.9%), complice anche il calo di .XYZ e .TOP.

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Andamento dei ccTLD e dei gTLD

Nell’area europea sono presenti 56 ccTLD e 70.8 milioni di domini suddivisi a loro volta in tre zone in base al numero di registrazioni: ristretta (inferiori a 250.000), media (tra 250.000 ed 1 milione) ed estesa (oltre 1 milione).

La zona intermedia è stata prima trainata verso l’alto e poi verso il basso dagli investitori cinesi fino a stabilizzarsi sull’attuale linea “piatta”. La zona estesa ha invece registrato nell’ultimo anno una lieve crescita dovuta probabilmente ad un più elevato tasso di rinnovi.  In questa categoria si sono distinti per tassi di crescita .CA, .CH, .FR e .IT. In negativo .PL (-4% circa) e .EU (-2% circa).

Il rapporto del CENTR sul mercato dei domini (Q3 2017). Focus sull'Europa.

Fonte: rapporto CENTR.

Se si considerano tutte e 37 gli stati presenti nell’area europea, i ccTLD rappresentano il 58% del mercato seguiti dai legacy gTLD (39%) e dai nuovi gTLD (2.4%). La market share dei ccTLD oscilla dal 16% al 79%.

Il rapporto del CENTR sul mercato dei domini (Q3 2017). Focus sui gTLD

Fonte: rapporto CENTR.

Per quanto riguarda i gTLD sono presenti sul mercato 671 estensioni, i nuovi gTLD (2012 in poi) rappresentano l’11% del totale. I domini che hanno registrato i tassi di crescita più elevati del trimestre (da non confondere con i valori su base annua nella figura qui sopra) sono .MEN, .KIWI, .PYC, .LOAN, .STREAM. In termini assoluti, sottolinea il report, .COM è l’estensione che ha totalizzato il maggior numero di registrazioni ovvero 1.9 milioni nell’ultimo anno.

Fonte: 1

 

La Cina vuole accelerare il passaggio ad IPv6

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La Cina ha bisogno di IPv6 per soddisfare la crescente popolazione di internautiLa Cina ha avviato un piano per facilitare la diffusione e l’utilizzo su larga scala di IPv6, il successore dello storico protocollo IPv4 che sembra tuttavia non voler cedere il passo all’ultimo arrivato.

Secondo recenti dati sul numero di utilizzatori della Rete (2016), il Paese rappresenta il 52.2% della popolazione di internauti a livello globale con 721,434,547 utenti. Tenendo conto della loro costante crescita e dell’esaurimento degli indirizzi IPv4 in tutto il globo (esclusa l’Africa), la mossa della Cina è tutt’altro che inaspettata.

La notizia è stata diffusa dall’agenzia di stampa ufficiale della Repubblica Popolare Cinese, la Xinhua:

China plans to put the Internet Protocol version 6 (IPv6)-based network into large-scale use, to boost the development of the Internet industry.

The country aims to have 200 million active users of IPv6 by the end of 2018, while the number will exceed 500 million by 2020, according to an action plan issued by the general offices of the Communist Party of China Central Committee and the State Council.

By the end of 2025, network, applications and terminal devices will fully support the adoption of IPv6 in China, and it will have the largest number of IPv6 users in the world, according to the plan.

In base a quanto afferma Xinhua, i dirigenti del partito si aspettano di portare a termine l’obiettivo nell’arco di 8 anni con ambiziosi tassi di crescita annuali.

E’ interessante notare che in chiusura comunicato l’agenzia di stampa riporta che “il network IPv6 [è] stato inventato in Cina negli anni ’90”. Gli addetti ai lavori pensano ad un errore di traduzione in quanto gli standard del protocollo furono scritti nel 1998 da due ricercatori statunitensi (Robert Hinden e Stephen Deering). Agli anni ’90 risale invece il piano “Next Generation Internet”, basato appunto su IPv6 e redatto dal governo cinese. Da qui la convinzione che si tratti di un semplice svista della Xinhua.

Fonte: 1