Tutti gli articoli di Raoul Scarazzini

Annunciati i nuovi nomi per le future release di Debian

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A partire dal 12 gennaio 2019 il team di Debian inizierà il processo di avvicinamento al rilascio della prossima release, nominata Buster. Quindi nel pieno rispetto della tradizione ecco che anche il cane di Andy, della serie Toy Story, ha la sua release. Al transition freeze di gennaio seguirà il soft freeze il 12 febbraio per arrivare al full freeze il 12 marzo. Quando verrà rilasciata quindi la versione? A conti fatti ed analizzando il corso seguito dalle precedenti release è presumibile che verso la metà del 2019 Buster sarà ufficialmente tra noi.

Ma analizzando la pagina delle release di Debian si possono scoprire altre informazione sui prossimi rilasci previsti dal progetto. Ad esempio già si conosce il nome del successore di Buster, il quale verosimilmente verrà rilasciato nel 2021, che è Bullseye (il cavallo dello sceriffo Woody).

Ma le notizie non finiscono qui, scopriamo infatti da Phoronix che è stato deciso anche il nome della versione 12 che uscirà, sempre calcolando le date con un alto grado di approssimazione, nel 2023: Bookworm (il bruco bibliotecario di Toy Story 3). Curiosa la scelta poiché un software dedicato alla lettura degli ebook si chiama allo stesso modo.

Per l’annuncio ufficiale di tutte queste notizie ecco il link al post della Debian Announce List che riporta le decisioni del release team.

Cos’hanno in comune BMW, Chevrolet, Honda, Mercedes e Tesla? Sotto il cofano c’è Linux!

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Ebbene sì, il titolo parla da sé: c’è qualcosa che accomuna le case produttrici di automobili BMW, Chevrolet, Honda, Mercedes e Tesla (e non solo), ed è il fatto che tutte appoggino le loro componenti software su Linux.

Attenzione però, il nome di Tesla non confonda, non stiamo parlando (solamente) di macchine a guida autonoma, ma in generale di tutti gli aspetti software delle automobili di ultima generazione.

Come spiega Steven J. Vaughan-Nichols di ZDNet, ormai molte funzionalità delle auto moderne sono gestite non solo elettronicamente, ma informaticamente ed è per questo che l’open-source si presta allo scopo, poiché nella sostanza le case produttrici di automobili stanno diventando vere e proprie Software house.

Pensate che esiste un progetto, sponsorizzato e promosso dalla Linux Foundation, chiamato Automotive Grade Linux che riunisce i produttori di automobili e le aziende che producono accessori e tecnologia per utilizzare una piattaforma comune di sviluppo. Ne avevamo già parlato lo scorso anno per Toyota, e la diffusione di AGL pare inarrestabile.

Ma c’è sempre chi sta un passo avanti agli altri, ed ovviamente stiamo parlando dell’azienda che ha creato la prima macchina spaziale (o che ha lanciato una macchina nello spazio, ad essere precisi, ma non fa molta differenza), Tesla. Partita con Ubuntu alla fine Tesla ha creato il proprio ambiente che evolve ad uno stadio differente rispetto a tutti gli altri, aggiornando componenti (come il kernel, che per tutti era fermo al 2.6.36 e che Tesla ha portato al 4.4.35).

E poteva mancare Google con il suo Linux per automobili? Figurarsi, esiste infatti Android Auto un progetto volto a portare Android sotto il cofano di tutte le auto. Insomma, a dispetto dei discorsi relativi agli utenti desktop Linux che sono sempre pochi il futuro è segnato: magari sul laptop ci sarà Windows, ma mentre digiteremo nella nostra automobile a portarci in giro sarà Linux.

E fermati al benzinaio potremo finalmente chiedere “Mi fa il pieno e mi applica l’ultima patch per Spectre, gentilmente?”

Donne e mondo IT, ci sarà mai la parità? Se lo chiede il governo UK e noi analizziamo i dati di RedHat e… Microsoft!

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È vero, la UK non è il mondo intero, ma i dati che emergono dal sito del governo che consente di analizzare il cosiddetto gender pay gap (ossia la differenza di retribuzione tra uomini e donne) nelle aziende con più di 250 dipendenti possono essere utili a farsi un’idea di come sia la situazione in generale nel mondo. Al di là di quanto sia estremamente interessante oltre che utile sapere come (almeno in UK) le aziende siano obbligate a fornire tali dati ad un ente governativo.

Due precisazioni importanti riguardo i dati:

  1. Ne parliamo oggi, ma l’ultima snapshot date (ossia la data a cui la rilevazione fa riferimento) disponibile è quella del 5 aprile 2017;
  2. Non siamo al corrente di come i dati vengano raccolti, la partenza è certamente rappresentata dalle informazioni fornite dall’azienda indicate nel campo “Employer’s gender pay gap report”, ma non è specificato come le percentuali di cui stiamo per parlare siano calcolate effettivamente.

Visto poi che ci piace moltissimo stimolare le discussioni abbiamo scelto di fare una comparazione tra due aziende a caso: Red Hat e… Microsoft.

Veniamo quindi ai numeri, partendo dalla differenza nei guadagni orari:

  • La tariffa oraria di media (aritmetica) delle donne (percentuale di inferiorità rispetto agli uomini) è del 26,9% in Red Hat e del 6,6% in Microsoft;
  • La tariffa oraria di media (generale) delle donne (percentuale di inferiorità rispetto agli uomini) è del 32,5% in Red Hat e del 8,4% in Microsoft;

Questo vuol dire che in media (aritmetica) per ogni sterlina guadagnata da un uomo, una donna che lavora in Red Hat UK guadagna 73 centesimi, una che lavora in Microsoft 93. I valori non cambiano di molto considerata la media generale.

Ma ci sono ulteriori interessanti dati a cui badare. Dividendo infatti le fasce di reddito dei dipendenti in quattro, dai più pagati ai meno pagati la presenza delle donne è così distribuita:

  • Top quartile (il più pagato): per Red Hat in questa zona l’11,6% è donna, per Microsoft il 22.8%
  • Upper middle quartile: per Red Hat il 16,1% è donna, per Microsoft il 22,8%
  • Lower middle quartile: per Red Hat il 28,6% è donna, per Microsoft il 28,6%
  • Lower quartile (il meno pagato): per Red Hat il 47,3% è donna, per Microsoft il 35.3%

Insomma, fermo restando che il campione è relativo e che stiamo ragionando su aziende del mercato IT, notoriamente più vicine al mondo maschile (ma anche questo è un luogo comune), la situazione è tutt’altro che rosea per il gentil sesso. Ed in ogni caso sembra proprio che Microsoft abbia in questo senso quantomeno numeri più favorevoli, anche se sono doverose due precisazioni:

  1. La differenza di fatturato (e quindi di numero di dipendenti che sono 124.000 contro gli 11.400 di Red Hat) tra le due aziende non è minimamente paragonabile, Microsoft fattura trenta volte Red Hat;
  2. La vastità dei prodotti offerti da Microsoft è enorme (vedi Xbox, gli Smartphone e hardware generico) e gli stessi spaziano al di fuori dell’ambito enterprise classico;

Pertanto per Red Hat, che è più un’azienda fondata e basata sugli ingegneri, è difficile considerare il confronto “pari”.

I dati però raccontano una storia attuale di cui abbiamo già parlato in passato, quindi dopo aver capito perché la presenza femminile è così bassa nel mondo IT, sarebbe necessario capire anche da dove nasce la disparità di trattamento economico. Un problema vecchio come il mondo, vero, ma non è mai troppo tardi per parlarne e sollevare la questione.

Ma alla fine, quanti utenti Linux ci sono in tutto?

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È una domanda costantemente d’attualità, sebbene ce la si ponga da almeno 25 anni: quanti sono gli utenti Linux nel mondo? Ebbene la domanda se l’è posta anche Steven J. Vaughan-Nichols di ZDNet, e l’autore si è messo anche a fare i conti.

Il dato base di partenza è relativo ai PC venduti ogni anno, che sono 250 milioni. Uno dice, e quelli già installati? Domanda legittima, ma visto che per l’attuale installato è impossibile avere un numero, questi 250 milioni possono servire a calcolare le stime recuperate da diverse società di analisi.

Di tutti i PC connessi ad Internet, secondo NetMarketShare, l’uno virgola ottantaquattro (1,84) percento è Linux, a cui va aggiunta una percentuale addizionale dello zero virgola ventinove (0,29) stimata per i Chromebook, i quali alla fine non sono altro che una variante Linux. Alto il numero, vero? Infatti NetMarketShare ha rivisto l’analisi al ribasso, in quanto il meccanismo di calcolo utilizzato aveva delle lacune (i dettagli sono nell’articolo).

L’analisi dei dati passa poi per altre società che raccolgono queste informazioni. Per esempio, secondo StatCounter i desktop Linux sono l’uno virgola quarantotto (1,48) percento a cui si aggiunge la quota di Chrome OS, che è di uno virgola zerotre (1,03) percento. In questo caso il calcolo viene effettuato basandosi su un codice installato su più di due milioni di siti.

Ultimo dato in analisi, quello del DAP (Digital Analytics Program) secondo il quale Linux si attesta allo zero virgola sei (0,6) percento con la quota di Chrome OS all’uno virgola tre (1,3) percento.

È ufficiale quindi? Lo possiamo dire? È l’anno di Linux sui Desktop? Di regola i numeri non mentono, ma in questo caso le diverse analisi e i risultati presentati, migliaio più, migliaio meno, raccontano che Linux ha l’uno percento di “quota di mercato”.

Tanto?

Poco?

La vita è una questione di prospettiva.

😉

P.S.: Android è al di fuori di questo calcolo, anche perché secondo il DAP i dispositivi Android sulla rete sarebbero… uh… Il 70,96 percento!

Microsoft rende ancora più semplice portare distribuzioni Linux nel WSL di Windows 10

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Microsoft ha annunciato di aver sviluppato un tool che faciliterà il funzionamento di Linux all’interno del Windows Subsystem for Linux, dedicato ai maintainer ed agli sviluppatori di distribuzioni Linux custom. Questo WSL-DistroLauncher è già liberamente scaricabile dal canale Github di Microsoft e, come è facile concludere, è totalmente OpenSource.

Tara Raj, del team WSL di Microsoft, commenta così l’introduzione di questo progetto:

We know that many Linux distros rely entirely on open-source software, so we would like to bring WSL closer to the OSS community

Sappiamo che molte distribuzioni Linux si basano interamente su software OpenSource, quindi vogliamo portare WSL più vicino alla community OSS

A dispetto di quanto qualcuno afferma (vedi questo articolo dal titolo “The End of Windows” che prospetta come il sistema operativo Microsoft Windows, così come lo conosciamo, sia finito) ecco come il WSL-DistroLauncher rappresenta un altro passo verso l’interoperabilità totale, un altro netto distacco dal passato. Sì, è il 2018, sì, Microsoft ha un canale Github e sì, Microsoft produce software OpenSource.

Nel frattempo, se qualcuno si stesse domandando come sono le performance dei WSL rispetto alle distribuzioni classiche, ecco che Phoronix propone un test comparativo dal titolo “Windows 10 vs. Windows WSL vs. Linux – Ubuntu / openSUSE / Debian / Clear Linux” dal quale emerge chiaramente come le distribuzioni operanti in ambiente WSL all’interno del confronto siano perdenti. Inevitabile, visto che si sta parlando comunque di sottosistemi (quindi per quello che riguarda l’I/O e le performance disco sofferenti del “doppio passaggio”), ma i dati non sono così allarmanti. Soprattutto considerando che l’ambito pensato per i WSL è prevalentemente quello dello sviluppo e non della produzione.

SUSE porta il mondo enterprise su… Raspberry!

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Ci sono pochi dubbi ormai sulla valenza del dispositivo grande come una carta di credito, leggi Raspberry Pi, in ambiti professionali. Ne è convinta l’azienda OpenSource tedesca SUSE, che ha rilasciato la propria distribuzione enterprise (SUSE Linux Enterprise Server) in una versione specifica per Raspberry Pi

Certo, era possibile anche prima installare SuSe sul dispositivo, cosa c’è quindi di diverso in questo caso? Semplice: la distribuzione è venduta e quindi ufficialmente supportata, il che in poche parole significa che questa è considerata adatta alla produzione.

Questa la principale differenza, così come viene descritta nell’annuncio ufficiale:

The biggest change is that we are offering support for this new Raspberry Pi SD-card image as part of SLES for ARM 12 SP3. The new image is based on SUSE Linux Enterprise Server (SLES) for ARM, so will include some fixes and enhancements from the latest SUSE Linux release.

Quindi le stesse migliorie e fix che SUSE predispone e supporta per la versione SUSE Linux Enterprise Server per processori ARM vengono applicate alla SD venduta per Raspberry. Gli ambiti di utilizzo sono svariati e vengono descritti nel blog post il cui link è ad inizio articolo: ad esempio un’azienda che utilizza cacciaviti robotici e ne vuole incrementare il monitoraggio, o semplici computer da officina, insomma… Tutti gli ambiti industriali.

La domanda però a questo punto nasce spontanea: quanti Raspberry ci stanno in un armadio da C.E.D.?

RedHat celebra i 25 anni preparandosi a sfondanre il tetto dei tre miliardi di fatturato

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Il 26 marzo del 1993, venticinque anni fa ieri, come testimonia il Connecticut’s Official
State Website
, veniva fondata Red Hat, prima realtà nella storia informatica a distribuire commercialmente software OpenSource.

Fondata da Bob Young insieme allo sviluppatore Marc Ewing con l’intento di fornire un’alternativa agli sviluppatori Unix, Red Hat iniziò vendendo dischetti e (successivamente) CD. Sembra infatti strano, ma è vero: la ACC Corporation, la prima azienda fondata da Bob Young, vendeva CD contentenenti Slackware Linux e software OpenSource. Archeologia informatica se la si misura con le tecnologie disponibili oggi, ma assolutamente innovativa per il tempo. Venticinque anni non sono poi molti se si pensa alla storia, ma il nostro secolo ha vissuto di corsa.

Cosa è cambiato da allora? Giusto qualcosina. Red Hat oggi è un’azienda internazionale di servizi che pone l’attenzione sul mercato enterprise, fornendo sottoscrizione di prodotti con piattaforme di sviluppo (JBoss), virtualizzazione (RHEV) e cloud (RHOSP), il tutto fondato sulla pietra angolare rappresentata da Red Hat Enterprise Linux, di cui a breve vedremo uscire la release 7.5. Ed è proprio nel meccanismo delle subscription che Red Hat ha portato la vera e reale innovazione che le ha permesso di rendere il software OpenSource remunerativo, anticipando tutti sui tempi.

Non stupisce quindi analizzare i dati fiscali dell’ultimo quarto forniti da Red Hat che raccontano come, parola di Jim Whitehurst:

  • Quello appena concluso sia stato il sessantaquattresimo consecutivo quarto in crescita;
  • La fatturazione annuale sia sulla via dei tre miliardi. Ed è da notare come ogni nuovo dato in questo senso rappresenti un record, poiché nessuna azienda che tratta OpenSource come prodotto principale fattura tanto;
  • La fatturazione rispetto allo scorso anno sia cresciuta del 21%

Insomma, tornando all’inizio dell’articolo, niente male per un’azienda che ha iniziato vendendo dischetti contenenti… Slackware! Insomma, tanti auguri Red Hat!

OpenSource Hardware Association (OSHWA) vara la certificazione 2.0

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La certificazione OSHWA, ossia l’associazione per l’hardware OpenSource, era stata presentata durante il summit del 2016, dopo più di un anno e mezzo di discussioni all’interno della community.

Dopo due anni, l’associazione presenta la certificazione 2.0, sempre basata sulle definizioni a cui i produttori devono attenersi ed orientata all’utente finale, per rendere pubblico e comprensibile il prodotto e soprattutto se questo rispetta il credo OpenSource. In particolare:

The certification logo gives users confidence that they will be able to access, build upon, and hack any hardware that they receive.

Il logo di certificazione da agli utenti la garanzia che questi saranno liberi di accedere, costruire e modificare qualsiasi hardware essi ricevano.

Quanti sono oggi i produttori che partecipano al progetto? Al momento si contano 170 progetti distribuiti in 18 paesi attraverso i 5 continenti. Niente male per un’associazione “open”.

C’è da scommettere che al prossimo summit a Cambridge in Massachusetts, molte saranno le novità e chissà se per allora questi numeri saranno destinati ad incrementare.