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Utilizzare certificati gratuiti di Let’s Encrypt in una Azure Web App

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Da quando è nata, il 12 aprile 2016, abbiamo avuto modo di parlare in diversi articoli della Certification Authority gratuita Let’s Encrypt. In questo articolo voglio far vedere come ottenere un certificato digitale gratuito generato da Let’s Encrypt da utilizzare con una Web App di Azure.

È infatti disponibile nelle Azure Web App un’estensione, creata da Simon J.K. Pedersen, che permette di ottenere e di rinnovare i certificati digitali da utilizzare con i Custom Domains delle Azure Web App.

Darò per scontato che abbiate già creato una Azure Web App e vi farò vedere come attivare l’estensione per Let’s Encrypt.

Creazione del Service Principal (Registered App)

La prima operazione che faremo sarà quella di creare un Service Principal in Azure AD. Si tratta fondamentalmente di un service account che viene utilizzato per ottenere un accesso alle risorse di Azure e che ci permetterà di richiedere e rinnovare il certificato digitale di Let’s Encrypt senza che sia necessario alcun intervento manuale. La creazione del Service Principal può essere effettuata dal portale di Azure selezionando la directory dentro la quale lo volete creare, scegliendo il nodo App Registrations e cliccando su + New application registration, come mostrato in figura:

Figure 1: Creazione di un nuovo Service Principal in Azure AD

Nel blade che si aprirà digitate il nome che volete dare al Service Principal (io ho scelto nicferr) e l’url della Web App, come mostrato in figura:

Figure 2: configurazione di un nuovo Service Principal in Azure AD

Una volta che avrete creato la Registered App sarà necessario creare una Secret Key (password). Infatti, per le autenticazioni utilizzeremo la combinazione Application ID e Secret Key per permettere all’estensione di Let’S Encrypt di potersi autenticare ed effettuare le operazioni di richiesta e rinnovo del certificato. Cliccate quindi su Settings e scegliete il nodo Keys. Creare una nuova password semplicemente scrivendo la description e la data di scadenza, come mostrato in figura. Quando cliccherete su Save la chiave verrà generata automaticamente.

Figure 3: Creazione di una nuova chiave di accesso per la Registered App

Dopo il salvataggio sarà possibile copiare la chiave generata automaticamente. Ricordatevi di salvarla perché non sarà successivamente visibile, come avrà modo di suggerirvi il banner mostrato in figura:

Figure 4: Generazione della chiave completata

Terminata la creazione del Service Principal (Registered App) sarà necessario assegnargli i giusti permessi per poter eseguire l’estensione. Andate nel Resource Group che ospita la vostra Web App e dal nodo Access Control (IAM), cliccate su Add e date il ruolo di Contributor alla Registered App che avete creato. La Registered App non sarà visibile nell’elenco, ma vi basterà scriverla nel campo Select e sarà subito trovata, come mostrato in figura

Figure 5: Aggiunta dei privilegi al Service Principal (Registered App)

ATTENZIONE: Se la Web App e l’App Service Plan si trovano in due Resource Group differenti, sarà necessario dare il permesso di Contributor ad ENTRAMBI

Installazione dell’estensione Let’s Encrypt

Terminata la fase preparatoria, siamo pronti per installare le due estensioni necessarie a far funzionare Let’S Encrypt con una Azure Web App. Dal portale di Azure, selezionate la Web App e dal nodo Extensions cliccate su Add per aggiungere l’estensione, come mostrato in figura:

Figure 6: Aggiunta di una estensione alla Web App di Azure

Scegliete l’estensione Azure Let’s Encrypt dalla lista delle estensioni disponibili e procedete all’installazione

Figure 7: Scelta dell’estensione Azure LEt’s Encrypt

Questa estensione NON è supportata da Microsoft. È bene tenerne conto nel caso ci siano malfunzionamenti, perché l’autore non da garanzie, come esplicitamente dichiarato nei termini legali.

Figure 8: Accettazione dei termini legali di utilizzo

L’estensione sarà subito visibile tra quelle installate

Figure 9: Installazione dell’estensione completata

Aggiungete anche l’estensione Azure Let’s Encrypt (no Web Jobs)

Figure 10: Aggiunta dell’estensione Azure Let’s Encrypt (no Web Jobs)

Se vi spostate nel modo WebJobs della vostra Web App potrete notare che sarà stata installato un nuovo webjobs, che servirà a rinnovare il certificato prima della scadenza.

Figure 11: Creazione del WebJob nella Web App

Configurazione dell’estensione di Azure Let’s Encrypt

Siamo ora pronti per configurare l’estensione. Cliccate sul tasto Browse dell’estensione Azure Let’s Encrypt per aprire la pagina di configurazione, come mostrato in figura:

Figure 12: Configurazione dell’estensione

Nella nuova pagina del browser vi apparirà la possibilità di configurare in maniera completamente automatica la richiesta e il rinnovo del certificato. Completate tutti i campi come richiesto. Maggiori dettagli su quello che deve essere inserito nei diversi campi sono anche disponibili alla pagina https://github.com/sjkp/letsencrypt-siteextension/wiki/How-to-install

Figure 13: inserimento delle informazioni necessarie per configurare l’estensione

Cliccando su Next si avvierà il processo di richiesta del certificato. Se non avete aggiunto dei Custom Domain alla vostra Web App vi apparirà l’errore mostrato in figura 15:

Figure 14: Prima richiesta del certificato

Figure 15: Errore relativo alla mancanza di un Custom Domain per cui richiedere il certificato

Aggiunta di un host name per il Custom Domain

Aggiungere un Custom Domain alla Web App richiede pochi semplici passaggi, ben descritti nell’esercitazione Eseguire il mapping di un nome DNS personalizzato esistente ad una Web App di Azure

Figure 16: Aggiunta di un host name personalizzato alla Web App

Una volta che avrete aggiunto il Custom Domain, rilanciando la configurazione dell’estensione di Let’s Encrypt, vedrete che il wizard potrà proseguire e vi chiederà per quale hostname volete generare il certificato, come mostrato in figura:

Figure 17: Il wizard ha riconosciuto gli hostname personalizzati

Figure 18: Scelta del nome host per cui richiedereil certificato

Dopo qualche secondo, il certificato sarà stato creato e associato (binding) all’hostname che avete scelto nel wizard.

Figure 19: Creazione del certificato completata

Se provate a caricare la vostra Web App infatti vedrete che starà utilizzando un certificato emesso da Let’s Encrypt, come mostrato in figura:

Figure 20: La Web App utilizza il certificato emesso da Let’s Encrypt

Conclusioni

Sono decisamente notevoli I vantaggi offerti da Let’s Encrypt, che ci permette di avere certificati digitali gratuiti ed automaticamente rinnovati. Poterli integrare con le Azure Web App ed avere la possibilità di utilizzare il protocollo HTTPS anche per gli hostname personalizzati garantisce i migliori livelli di sicurezza per la navigazione web.

Creare VM in Azure utilizzando VHD personalizzati

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Oltre ad utilizzare I template delle macchine virtuali presenti nel Marketplace di Azure è possibile anche utilizzare le proprie immagini personalizzate per creare delle nuove VM. L’operazione è abbastanza semplice, ma richiede degli accorgimenti importanti, soprattutto per quanto riguarda la preparazione dei dischi VHD prima di caricarli in uno Storage Account di Azure.

Preparazione del disco della macchina virtuale

In Azure l’unico formato dei dischi virtuali che è attualmente accettato è il formato VHD. Pertanto, se avete creato la macchina on-premises con un disco con un formato diverso (ad esempio VHDX o VMDK) sarà necessario convertirlo prima di poterlo caricare in uno Storage Account.

Inoltre, è assolutamente necessario preparare la macchina prima di caricare il disco. I passaggi sono molteplici e sono tutti ben descritti alla pagina Prepare a Windows VHD or VHDX to upload to Azure

Figura 1: Preparazione della macchina virtuale per essere utilizzabile in Azure

Dopo aver preparato la VM per essere utilizzata in Azure e dopo aver installato tutto il software che volete mettere nella vostra immagine personalizzata, è necessario generalizzare il disco con il comando SYSPREP. Infatti, se il disco non è generalizzato non sarà possibile utilizzarlo per creare delle nuove Azure VM.

Figura 2: Generalizzazione dell’immagine con il comando SYSPREP

Upload del disco VHD in uno Storage Account di Azure

Dopo aver generalizzato il disco è possibile caricarlo in uno Storage Account. Potete utilizzare uno Storage Account esistente o crearne uno dedicato. Nel mio caso ho creato un nuovo Storage Account.

Figura 3: Creazione di un nuovo Storage Account

All’interno dello Storage Account ho poi provveduto a creare un nuovo Blob Container che ospiterà i miei VHD personalizzati

Figura 4: Creazione di un nuovo Blob Container che ospiterà i VHD personalizzati

Per poter caricare i dischi all’interno dello Storage Account potete utilizzare Microsoft Azure Storage Explorer, un tool gratuito ad interfaccia grafica che vi permette di gestire con facilità i contenuti dell’account di archiviazione, come ad esempio BLOB, file, code, tabelle, ecc.

Il tool è disponibile per Windows, Per Linux e per macOS ed è scaricabile dalla pagina https://azure.microsoft.com/it-it/features/storage-explorer/

L’installazione è molto rapida e la configurazione lo è ancora di più. Vi basterà inserire le credenziali del vostro Azure Account e potrete amministrare tutti gli Storage Account a cui l’utente ha accesso

Figura 5: Connessione ad Azure Storage

Una volta che vi siete connessi potete caricare il vostro VHD nel Container che preferite, come mostrato in figura:

Figura 6: Caricamento del VHD nel BLOB Container

L’operazione di caricamento può essere visualizzata direttamente dalla console di Microsoft Azure Storage Explorer

Figura 7: Caricamento del file VHD all’interno dello Storage Account

È anche possibile caricare un disco rigido virtuale nell’account di archiviazione tramite uno dei seguenti modi:

È consigliabile usare il servizio di importazione/esportazione se il tempo di caricamento stimato è maggiore di 7 giorni. È possibile usare DataTransferSpeedCalculator per stimare il tempo in base alla dimensione dei dati e alla velocità di trasferimento.

Terminato il trasferimento, dal portale sarà possibile verificare che il VHD è stato caricato nel container.

Figura 8: VHD personalizzato caricato nell’account di archiviazione

Creazione di una Managed Image utilizzando un VHD personalizzato

Azure Managed Disks semplifica la gestione dei dischi per le macchine virtuali di Azure grazie alla gestione degli Storage Account associati ai dischi delle VM. Specificando il tipo (HDD Standard, SSD Standard o SSD Premium) e le dimensioni del disco di cui avete bisogno, Azure crea e gestisce automaticamente il disco. Affidando a Managed Disks la gestione delle risorse di archiviazione non è più necessario preoccuparsi dei limiti degli Storage Account, cioè 20.000 IOPS per account. E non è più necessario copiare le immagini personalizzate (i file VHD) in diversi Storage Account. È possibile gestire tali immagini in una posizione centralizzata, un unico account di archiviazione per ogni area di Azure ed usarle per creare centinaia di macchine virtuali in una sottoscrizione.

Abbiamo anche visto in un precedente articolo Migrazione dei dischi delle macchine virtuali in Azure a Managed Disks che da qualche giorno nella pagina Overview delle macchine virtuali in Azure appare un messaggio che invita a migrare i dischi della VM da Unmanaged a Managed.

La creazione dell’immagine utilizzando un VHD personalizzato è possibile sia dal portale di Azure sia da PowerShell.

Dal portale di Azure vi basterà semplicemente cercare Images tra le diverse risorse disponibili e successivamente selezionare l’immagine che volete utilizzare per creare la nuova VM

Figura 9: Ricerca delle immagini disponibile nella nostra sottoscrizione dal portale di Azure

Cliccate sul pulsante Create Image e inserite di dati richiesti, come mostrato in figura:

Figura 10: Creazione di un’immagine personalizzata utilizzando il portale di Azure

Figura 11: Creazione dell’immagine completata

La stessa operazione può essere effettuata da PowerShell, creando come prima cosa la configurazione che avrà la VM con il comando New-AzureRmImageConfig e successivamente creando l’immagine con il comando New-AzureRmImage

Per eseguire queste operazioni è necessario che abbiate installato il modulo AzureRM versione 5.6 o successiva. Per verificare la versione installata utilizzate il comando Get-Module -ListAvailable AzureRM.Compute, mentre se volete installare il modulo AzureRM o aggiornarlo potete seguire le indicazioni presenti alla pagina Install Azure PowerShell on Windows with PowerShellGet

#Connessione all’Azure Account

Connect-AzureRmAccount

#Creazione del file di configurazione della VM utilizzando il VHD caricato

$imageConfig New-AzureRmImageConfig -Location “West Europe”

$imageConfig Set-AzureRmImageOsDisk -Image $imageConfig -OsType Windows -OsState Generalized -BlobUri “https://nicferrcustomimages.blob.core.windows.net/win2016/Win2016Custom.vhd” -DiskSizeGB 50

New-AzureRmImage -ImageName Win2016CustomImage2 -ResourceGroupName DEMORG -Image $imageConfig

Figura 12: Creazione dell’immagine personalizzata da PowerShell

Creazione della VM utilizzando un’immagine personalizzata

La creazione di una nuova VM può essere fatta utilizzando il portale di Azure oppure utilizzando la cmdlet PowerShell New-AzureRmVm. Nel portale di Azure dal nodo Images selezionate l’immagine che volete utilizzare e cliccate sul pulsante + Create VM. Vi si aprirà il blade che vi cheiderà le caratteristiche che deve avere la VM, come mostrato in figura:

Figura 13: Creazione di una nuova VM partendo da un’immagine personalizzata

Da PowerShell la creazione della nuova VM partendo dall’immagine personalizzata può essere fatta semplicemente lanciando il comando:

#Creazione della VM

New-AzureRmVm -ResourceGroupName DEMORG -Name “CustomVM02” -ImageName Win2016CustomImage -Location “West Europe” -VirtualNetworkName “DEMO-Vnet” -SubnetName “default” -SecurityGroupName “DEMO-NSG” -PublicIpAddressName “DEMO-PIP” -OpenPorts 3389

Figura 14: Creazione della Azure VM da PowerShell comletata

Conclusioni

L’utilizzo di immagini personalizzate per la creazione delle macchine virtuali in Azure rappresenta un notevole vantaggio, perché ci permette di crearle on-premises e di poterle distribuire online. Invece che usare le immagini presenti nel Marketplace abbiamo la possibilità di creare un nostro Template da riutilizzare poi facilmente per la creazione delle VM.

Implementare Azure AD password protection per Windows Server Active Directory

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Una delle problematiche relative alla sicurezza più evidenti nelle aziende è l’utilizzo di password troppo facili da parte degli utenti. Problemi legati alla memorizzazione, alla troppa lunghezza della password imposta a livello di dominio e alla complessità richiesta fanno si che gli utenti spesso si servano di password facilmente individuabili.

Abbiamo già avuto modo di parlare della modifica delle password policies In Active Directory nell’articolo Active Directory Password Policies: facciamo un po’ di chiarezza, soprattutto perché le aziende si sono dovute adeguare all’entrata in vigore delle sanzioni previste dal GDPR in merito alla sicurezza dei sistemi.

In questo articolo ci occuperemo invece di implementare Azure AD password protection per Windows Server Active Directory, sfruttando una funzionalità del Cloud per proteggere i nostri sistemi dall’utilizzo di password troppo semplici. Andremo cioè a migliorare le password policies previste on-premises sfruttando una funzionalità che è già presente in Azure AD, che ci permetterà di effettuare un controllo delle password sia on-premises che nel Cloud.

Azure AD password protection

Azure AD password protection è una funzionalità disponibile in Azure se avete sottoscritto il piano Azure AD P1 Premium, che vi permette di evitare che i vostri utenti utilizzino password prese da una lista di più di 500 password comunemente utilizzate ed oltre un milione di variazioni delle stesse password che utilizzano la sostituzione di alcuni caratteri. Un esempio eclatante è Pa$$w0rd1!, in cui la parola “password” viene resa più “difficile” da indovinare utilizzando maiuscole, minuscole, caratteri speciali e numeri. In realtà molte di queste password sono facilmente individuabili.

Quindi Azure AD password protection non è altro che un sistema che “banna” le password nel momento in cui gli utenti cercano di cambiarla (perché l’hanno dimenticata oppure perché è scaduta) e può essere anche personalizzato (immaginate quante persone in questo momento stanno utilizzando la password “Luglio2018!” ) 😊

Una volta che avete acquistato il piano Azure AD Premium 1 potete personalizzare la lista delle password “bannate” semplicemente andando in Azure Active Directory à Authentication Methods (attualmente ancora in Preview) dal portale di Azure, come mostrato in figura:

Figura 1: Personalizzazione delle configurazioni di Azure AD Password Protection

Dal portale sarà possibile inserire una lista di password che volete “bannare” e come si può vedere è abilitata di default la voce Enable password protection on Windows Server Active Directory. In maniera predefinita la funzionalità è in modalità Audit, per permettervi di testarla. Una volta terminate tutte le configurazioni potrete metterla in modalità Enforced ed iniziare ad utilizzarla.

Nella stessa finestra è anche possibile personalizzare Smart Lockout. Smart Lockout è una funzionalità abilitata di default per tutti gli utenti di Azure AD (è gratuita e non richiede un piano aggiuntivo) che utilizza l’intelligenza artificiale per bloccare tutti i tentativi di accesso malevoli ai nostri account di Azure AD. Ci sono circa 10 milioni di tentativi giornalieri registrati da Microsoft da parte di malintenzionati che usano combinazioni di username e password per indovinare l’accesso degli utenti. Con Smart Lockout è possibile riconoscere se l’accesso proviene da un utente valido (che magari in quel momento non ricorda la password) oppure proviene da una sorgete sconosciuta (ad esempio un indirizzo IP che generalmente non utilizziamo per connetterci).

Utilizzare Azure AD password protection in Windows Server Active Directory

È possibile utilizzare la funzionalità appena descritta anche per proteggere gli utenti di dominio dall’utilizzo di password troppo facili. Per poter controllare quindi che anche on-premises non vengano utilizzate le password “bannate” o le password troppo “riconoscibili” è necessario installare on-premises due componenti software diversi:

  1. Azure AD password protection proxy service, che serve ad inoltrare le richieste dal domain controller ad Azure AD
  2. Azure AD password protection DC agent service, che riceve le richieste di validazione delle password, le processa utilizzando le password policy scaricate localmente (ogni ora) da Azure AD password protection e accetta/rifiuta la password scelta dall’utente

Figura 2: Processo di validazione delle password utilizzando la password policy scaricata da Azure AD Password Protection

Nessuna connessione Internet è richiesta dai Domain Controller. L’unica macchina che si connetterà ad Internet sarà quella in cui avete installato Azure AD password protection proxy service. Non verranno apportate modifiche allo Schema di Active Directory né tantomeno è richiesto un livello minimo funzionale di foresta e/o di dominio per l’utilizzo di Azure AD password protection con Windows Server Active Directory. Non verrà creato nessun utente locale.

Installazione del software

Al link Azure AD password protection for Windows Server Active Directory (preview) troverete i due installer per i due componenti software già citati. Installate il componente AzureADPasswordProtectionProxy.msi su una macchina joinata al dominio locale di Active Directory, che abbia l’accesso ad Internet, mentre installate il componente AzureADPasswordDCAgent.msi su tutti i domain controller della vostra infrastruttura. Attenzione perché il componente AzureADPasswordDCAgent richiede il riavvio del domain controller.

Figura 3: Download dei due software richiesti per l’abilitazione di Azure AD password protection for Windows Server Active Directory

Procedete all’installazione, su tutti i Domain Controller della vostra infrastruttura di Active Directory on-premises, dell’ Azure AD Password Protection DC Agent

Figura 4: Azure AD password protection DC Agent – License Agreement

Figura 5: Azure AD password protection DC Agent – Installazione del servizio

Figura 6: Azure AD password protection DC Agent – Installazione completata

Figura 7: Azure AD password protection DC Agent – Riavvio del domain controller necessario

Procedete all’installazione, in una macchina joinata al dominio e connessa ad Internet, dell’ Azure AD Password Protection proxy

Figura 8: Azure AD password protection proxy – License Agreement

Figura 9: Azure AD password protection proxy – Avvio servizi

Figura 10: Azure AD password protection proxy – Installazione completata

Terminata la procedura di installazione dei due software è necessario registrare la foresta di Active Directory ed il Password Protection Proxy con Azure AD. Posizionatevi sul server dovete avete installato il Password Protection Proxy, lanciate un prompt di PowerShell con le credenziali di Domain Admin e lanciate le due cmdlet Register-AzureADPasswordProtectionForest e Register-AzureADPasswordProtectionProxy . Autenticatevi con i permessi di un Global Admininistrator della vostra istanza di Azure AD, ma accertatevi che non usi la Multi-Factor Authentication perché nella Preview non può essere utilizzata (MFA potrà essere utilizzata nella versione finale).

Figura 11: Registrazione della foresta e del proxy di Azure AD Password protection

Verifica della funzionalità di Azure AD Password protection

Se volete forzare l’utilizzo di Azure AD Password protection e quindi impedire l’uso di password comuni o che avete deciso di “bannare” è necessario mettere a Enforced la Password protection for Windows Server Active Directory.

Figura 12: Modalità Enforced per la Password protection for Windows Server Active Directory

Se un amministratore tenta di resettare la password dell’utente ed utilizza una password “bannata” oppure non rispetta i prerequisiti dettati dalla password policy di Azure AD Passsword protection riceverà un errore come quello in figura:

Figura 13: Reset della password utente da parte dell’amministratore

Se un utente tenta, al momento di cambiare la password, di immettere una password non consentita riceverà un messaggio di errore tipico in cui lo si avvisa che non sta rispettando i requisiti di cronologia, di lunghezza o di complessità della password

Figura 14: All’utente viene chiesto di cambiare la password

Figura 15: Inserimento di una password non consentita dalla policy di Aure AD Password Protection

Figura 16: Messaggio di errore ricevuto dall’utente che ha cercato di usare una password “bannata”

Nel Domain Controller on-premises utilizzato per l’autenticazione sarà anche possibile verificare che la richiesta di cambiamento password dell’utente è stata rifiutata perché non soddisfa i requisiti imposti dalla Azure AD Password Policy (che come abbiamo detto viene scaricata ogni ora) andando nel registro Eventi nel ramo Applications and Services Logs\Microsoft\AzureADPasswordProtection\DCAgent\Admin.

Figura 17: Evento di errore relativo al rifiuto del cambiamento della password dell’utente perché non soddisfa la Azure password policy

Con la cmdlet di PowerShell Get-AzureADPasswordProtectionSummaryReport è anche possibile ottenere un report minimale

Figura 18: Reportistica tramite PowerShell

Per ulteriori informazioni sul logging e sul troubleshooting vi invito a leggere l’articolo Azure AD password protection monitoring, reporting, and troubleshooting

Conclusioni

Azure AD password protection per Windows Server Active Directory ci aiuta, grazie al Cloud, ad evitare che gli utenti utilizzino delle password troppo semplici o, anche se complesse, troppo comuni e facilmente indovinabili. Sicuramente una funzionalità utilissima per combattere le password prevedibili, oppure per impedire i Password Spray Attack, grazie ad un copioso database (abbiamo parlato di circa 500 password ed 1 milione di varianti) e all’Intelligenza Artificiale che il Cloud ci mette a disposizione.

Aumentare l’alta affidabilità delle VM in Azure utilizzando le Availability Zones

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Tutti sappiamo quanto sia importante che le macchine virtuali che fanno girare il nostro workload siano sempre disponibili e non ci siano disservizi. La migrazione delle VM in Azure ci ha permesso di aumentare di molto il livello di prestazioni e di affidabilità delle VM, ma in alcuni casi è necessario, anche per ottemperare ad alcuni regolamenti, assicurarsi che le VM siano protette da un piano di disaster recovery, come ho già avuto modo di farvi vedere nell’articolo Configurare il disaster recovery delle Azure VM in una regione secondaria di Azure

Azure opera in diverse Region nel mondo. Ogni Region può contenere diversi datacenter ed è sempre gemellata con un’altra Region , distante diverse centinaia di Km, con lo scopo di ottenere ridondanza delle funzionalità e strategie di disaster recovery. Se volete conoscere in che modo sono “gemellate” le diverse Region di Azure potete leggere l’articolo Business continuity and disaster recovery (BCDR): Azure Paired Regions

Figura 1: Principio di funzionamento delle Region di Azure

Nel caso delle macchine virtuali, abbiamo già avuto modo di vedere come sia possibile ospitare i VHD utilizzando i Managed Disks nell’articolo Migrazione dei dischi delle macchine virtuali in Azure a Managed Disks ma in ogni caso è bene considerare che la scelta del tipo di archiviazione dei dischi influisce sulle opzioni di replica tra le diverse Region di Azure ed in particolar modo:

Azure Managed Disks

  • Archiviazione con ridondanza locale (LRS)
    • I dati vengono replicati tre volte all’interno dell’area in cui è stato creato l’account di archiviazione.

Dischi basati su Storage Account

  • Archiviazione con ridondanza locale (LRS)
    • I dati vengono replicati tre volte all’interno dell’area in cui è stato creato l’account di archiviazione.
  • Archiviazione con ridondanza della zona (ZRS)
    • I dati vengono replicati tre volte in due o tre strutture distribuite in un’area sola o in due aree.
  • Archiviazione con ridondanza geografica (GRS)
    • I dati vengono replicati in un’area secondaria a centinaia di chilometri di distanza dall’area primaria.
  • Archiviazione con ridondanza geografica e accesso in lettura (RA-GRS).
    • I dati vengono replicati in un’area secondaria, come con la ridondanza geografica, ma risultano anche accessibili in sola lettura nell’area secondaria.

Ovviamente i prezzi variano a seconda del tipo di archiviazione e della disponibilità selezionata.

Availability Zones

Le Availability Zones, un’alternativa agli Availability Sets delle macchine virtuali, permettono di creare le macchine virtuali in una zona fisicamente separata nella Region di Azure. Esistono tre Availability Zones (zone di disponibilità) per ogni area di Azure e ogni Availability Zone può contare su risorse di alimentazione, rete e raffreddamento autonome. Se le VM vengono create su Availability Zones diverse è possibile proteggere applicazioni e dati anche in caso di perdita di un intero data center. Se una zona è compromessa, le applicazioni e i dati replicati delle nostre VM diventano immediatamente disponibili in un’altra zona.

Figura 2: Availabily Zones nelle Region di Azure

Attualmente la funzionalità di Availability Zone è offerta solo in queste aree:

  • Stati Uniti centrali
  • Francia centrale
  • Stati Uniti orientali 2
  • Europa occidentale
  • Asia sud-orientale

E solo per questi servizi:

  • Macchine virtuali Linux
  • Macchine virtuali Windows
  • Set di scalabilità di macchine virtuali
  • Managed Disks
  • Load Balancer
  • Indirizzo IP pubblico
  • Archiviazione con ridondanza della zona
  • Database SQL
  • Hub eventi
  • Bus di servizio
  • Gateway VPN
  • ExpressRoute

Creazione di una macchina virtuale in una Availability Zone

Per creare una VM in Azure in una Availability Zone è sufficiente collegarsi al portale di Azure e seguire il wizard per la creazione di una nuova macchina virtuale.

Figura 3: Creazione di una nuova VM in Azure

Nel momento in cui vi verrà chiesto quale dimensione volete assegnare alla VM sarà possibile anche verificare se quel tipo di VM è disponibile in più zone. Nella figura sotto ho evidenziato la colonna relativa al numero di zone in cui è disponibile ogni taglio di dimensionamento della macchina virtuale.

Figura 4: Numero di zone in cui è disponibile ogni singola dimensione della VM

Dopo aver scelto la dimensione della VM sarà possibile scegliere se vogliamo utilizzare le Availability Zones. Nel momento in cui sceglierete se utilizzare la funzionalità, dal menù a tendina potrete scegliere in quale zona mettere la VM (zona 1, zona 2 o zona 3).

Figura 5: Spiegazione sulle funzionalità offerte dalla Availability Zone

Se scegliete di utilizzare le Availability Zones allora dovrete necessariamente utilizzare anche i Managed Disks, che verranno creati nella stessa zona dove avete deciso di creare la VM e nel caso vogliate assegnare un indirizzo IP pubblico alla vostra VM questo verrà creato nella stessa zona.

Figura 6: Scelta della Availabilty Zone

Figura 7: Creazione della VM completata

Figura 8: Indirizzo IP pubblico creato nella stessa Availability Zone della VM

Creazione di una macchina virtuale in una Availability Zone utilizzando PowerShell

Creare una VM in una Availability Zone utilizzando comandi PowerShell è molto semplice. Prima di tutto assicuratevi che nella vostra Region siano disponibili le Availability Zones. Per farlo, dopo esservi connessi ad Azure con il comando Connect-AzureRmAccount potete lanciare il comando Get-AzureRmComputeResourceSku where {$_.Locations.Contains(“westeurope”)}

Figura 9: verifica delle Availability Zone nella Region scelta

Una volta effettuata la verifica potete creare una nuova VM. Per creare la VM potete usare il comando PowerShell New-AzureRmVM e nei parametri per la creazione della VM potete indicare lo switch -Zone seguito dal numero della zona.

New-AzureRmVM `
-ResourceGroupName “AVZ-RG” `
-Name “VM01-AVZ” `
-Location “West Europe” `
-Size Standard_D4s_v3 `
-Zone 2 `
-Image UbuntuLTS `
-VirtualNetworkName “AVZ-vnet” `
-SubnetName “default” `
-SecurityGroupName “AVZ-nsg” `
-PublicIpAddressName “VM01-AVZ-ip” `
-OpenPorts 22

Figura 10: Creazione di una VM in una Availability Zone con PowerShell

Figura 11: Creazione della VM completata

Conclusioni

Le Availability Zones offrono una soluzione a disponibilità elevata che consente di proteggere le applicazioni e i dati da eventuali guasti del data center. Le Availability Zones sono località fisiche esclusive all’interno di un’area di Azure ed ogni zona è costituita da uno o più data center dotati di impianti indipendenti per l’alimentazione, il raffreddamento e la connettività di rete. Per garantire la resilienza, sono presenti almeno tre zone separate in tutte le aree abilitate. La separazione fisica delle zone di disponibilità all’interno di un’area consente di proteggere le applicazioni e i dati da eventuali guasti del data center. I servizi con ridondanza della zona replicano le applicazioni e i dati tra Availability Zones per garantire la protezione da singoli punti di failure. In questo modo Azure riesce a garantire un uptime ed una garanzia della continuità del servizio delle VM del 99,99%.

Migrazione dei dischi delle macchine virtuali in Azure a Managed Disks

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Da qualche giorno ho notato che nella pagina Overview delle macchine virtuali in Azure appare un messaggio che invita a migrare i dischi della VM da Unmanaged a Managed. Le macchine virtuali interessate in effetti sono state create diversi anni fa, quando gli Azure Managed Disks non esistevano. I dischi delle diverse macchine virtuali sono infatti conservati in uno Storage Account e sono stati progettati per il 99,999% di disponibilità. Per maggiori informazioni sui dischi che vengono collegati alle Azure VM vi rimando alla lettura dell’articolo Informazioni sull’archiviazione su dischi per le VM Windows di Azure

Se create una nuova VM dal portale di Azure vi viene chiesto se volete che i dischi siano Managed o Unmanaged e a dirla tutta la selezione su Managed Disk è attiva di default.

Il vantaggio dell’uso dei Managed Disk è offerto dalla gestione automatica che Azure fa dei dischi, senza necessariamente associarli ad uno Storage Account e senza subirne i limiti. Infatti i dischi avranno la massima tolleranza ai guasti offerta da Azure e saranno disponibili in modalità ridondata, esattamente come avviene per tutte le funzionalità offerte da Azure. I dischi verranno inseriti in differenti Storage Scale Units (stamps) che servono a limitare l’impatto che si avrebbe sulle VM nel momento in cui avvenisse un guasto hardware o software sullo storage.

Figura 1: Durante la creazione di una nuova Azure VM vengono utilizzati di default i Managed Disks

Migrazione dei dischi delle VM esistenti

È possibile eseguire la migrazione delle macchine virtuali di Azure esistenti a Managed Disks per trarre vantaggio dalla maggiore affidabilità delle macchine virtuali in un set di disponibilità. Dalla pagina Overview della VM sarà infatti sufficiente cliccare sul link Migrate to Managed Disks to get more benefits, come mostrato in figura:

Figura 2: Invito alla migrazione ai Managed Disks nella pagina di Overview della Azure VM

È importante notare che la conversione degli Unmanaged Disks a Managed Disks NON sarà reversibile e che una volta completata la conversione non sarà più possibile collegare dischi Unmanaged alla VM. Se la macchina non è accesa, verranno prima convertiti i dischi e successivamente la VM verrà automaticamente avviata per completare la migrazione e successivamente sarà possibile spegnerla. Se la Azure VM fa parte di un set di disponibilità, sarà necessario prima convertire il Virtual Machine Availability Set a Managed Availability Set e successivamente sarà possibile migrare i dischi, come mostrato in figura:

Figura 3: Conversione dell’Availabilty Set esistente a Managed Availability Set

Completata la migrazione dell’Availability Set basterà cliccare sul pulsante Migrate per migrare i dischi della VM. Terminata la migrazione dei dischi la macchina virtuale verrà automaticamente accesa.

Figura 4: Migrazione dei dischi della VM a Managed Disks

Figura 5: Operazione di migrazione dei dischi in corso

Figura 6: Migrazione dei dischi completata

Considerate che i dischi originali della VM NON verranno cancellati dallo Storage Account e che quindi continuerete a pagarli. Dopo la conversione vi conviene quindi cancellare i VHD originali dallo Storage Account.

Conversione tramite Azure Powershell

È possibile eseguire la procedura di conversione dei dischi di una singola VM utilizzando un paio di comandi di Azure PowerShell. Assicuratevi di avere almeno la versione 6.0.0 del modulo Azure PowerShell (verificatelo con il comando Get-Module -ListAvailable AzureRM) e se necessario aggiornate il modulo con il comando Update-Module AzureRM , come mostrato in figura:

Figura 7: Aggiornamento del modulo PowerShell di AzureRM

Connettetevi a Microsoft Azure con il comando Connect-AzureRmAccount e lanciate i seguenti comandi:

#Spegnimento della VM con deallocazione del disco
$rgName “mioResourceGroup” $vmName “miaVM”

Stop-AzureRmVM -ResourceGroupName $rgName -Name $vmName -Force

#Conversione dei dischi e successiva riaccensione della VM
ConvertTo-AzureRmVMManagedDisk -ResourceGroupName $rgName -VMName $vmName

Figura 8: Conversione dei dischi tramite PowerShell

Se volete convertire tutte le VM all’interno di un Availability Set allora potete usare i seguenti comandi:

#Aggiornamento dell’Availability Set a Managed Availiability Set
$rgName ‘mioResourceGroup’

$avSetName ‘mioAvailabilitySet’

$avSet Get-AzureRmAvailabilitySet -ResourceGroupName $rgName -Name $avSetName

Update-AzureRmAvailabilitySet -AvailabilitySet $avSet -Sku Aligned

#Migrazione di tutte le VM contenute nell’Availability Set
foreach($vmInfo in $avSet.VirtualMachinesReferences)

{

$vm Get-AzureRmVM -ResourceGroupName $rgName Where-Object {$_.Id -eq $vmInfo.id}

Stop-AzureRmVM -ResourceGroupName $rgName -Name $vm.Name -Force

ConvertTo-AzureRmVMManagedDisk -ResourceGroupName $rgName -VMName $vm.Name

}

Figura 9: Conversione di tutte le VM di un Availability Set

Problematiche nella migrazione

Durante la migrazione di una delle VM ho riscontrato un errore, che indicava che l’operazione di conversione a Managed Disks non era possibile a causa di una problematica relativa ad un’estensione della VM. Nel mio caso l’estensione era IaaSDiagnostics. Ho provveduto quindi a rimuovere l’estensione direttamente dal portale di Azure, cliccando sul nodo Extensions della VM e scegliendo la voce Uninstall, e a rilanciare la migrazione dei dischi, che si è svolta senza ulteriori intoppi. Successivamente ho reinstallato l’estensione che avevo rimosso.

Figura 10: l’estensione IaaSDiagnostics è in failed state ed impedisce la migrazione a Managed Disks

Figura 11: Rimozione dell’estensione effettuata a macchina accesa

Conclusioni

La migrazione dei dischi a Managed Disks è un’operazione molto semplice, che però richiede un certo downtime in quanto le macchine devono essere arrestate. Prima di iniziare vi consiglio di leggere due articoli: Plan for the migration to Managed Disks e the FAQ about migration to Managed Disks. Avete ancora macchine virtuali con Azure Service Manager (ASM) create con il vecchio portale? Allora seguite la guida Eseguire manualmente la migrazione di una macchina virtuale classica a una nuova macchina virtuale con disco gestito ARM

Buon lavoro!

Nic

Creazione di un laboratorio con Azure Lab Services (preview)

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Abbiamo visto nel precedente articolo Creare DevTest Labs in Microsoft Azure come il servizio DebTest Labs consenta agli sviluppatori o ai tester di creare un ambiente in Azure che permetta di tenere sotto controllo i costi e allo stesso tempo permetta di effettuare tutti i test applicativi utilizzando sia macchine Windows che macchine Linux. L’evoluzione di questo servizio, che attualmente è in Preview, si chiama Azure Lab Services ed è un servizio che permette di creare un ambiente per lo sviluppo oppure un laboratorio da utilizzare per uso scolastico.

Il proprietario di un Lab crea un laboratorio, esegue il provisioning delle macchine virtuali Windows o Linux, installa il software e gli strumenti necessari e li rende disponibili per gli utenti del lab. Gli utenti del lab si connettono alle macchine virtuali del lab e le possono utilizzare per poter effettuare attività giornaliere oppure per svolgere i compiti scolastici. In ogni caso sarà possibile tenere sempre sotto controllo i costi del laboratorio e questo permette di ottimzizare l’utilizzo delle risorse a disposizione.

Diversi sono i vantaggi offerti dagli Azure Lab Services ed in particolare vi evidenzio:

  • Configurazione veloce e flessibile di un lab. Tramite Azure Lab Services, i proprietari di lab possono configurare velocemente un lab per le loro esigenze ed il servizio offre scalabilità e resilienza dell’infrastruttura.
  • Esperienza semplificata per gli utenti dei lab. Gli utenti del lab possono eseguire la registrazione a un lab con un codice di registrazione e accedervi in qualsiasi momento per usare le risorse del lab.
  • Analisi e ottimizzazione dei costi. Il proprietario del lab può impostare pianificazioni del lab per arrestare e avviare automaticamente le macchine virtuali. Può anche specificare le fasce orarie in cui le macchine virtuali del lab saranno accessibili agli utenti, impostare i criteri di utilizzo per ciascun utente o lab per ottimizzare i costi, nonché analizzare le tendenze di utilizzo e attività in un lab.
  • Sicurezza incorporata. Gli utenti del lab possono accedere in modo sicuro alle risorse tramite la rete virtuale configurata con ExpressRoute o con VPN da sito a sito. (attualmente non disponibile nella Preview)

In questo articolo creerò un laboratorio da utilizzare in una classe, per permettere agli studenti di lavorare con le macchine virtuali ed eseguire i compiti scolastici.

Creazione del laboratorio

Per poter creare il laboratiorio vi basta loggarvi al portale di Azure e creare una nuova risorsa di tipo Lab Services, come mostrato in figura:

Figura 1: Creazione di un nuovo Lab Service

Dopo aver atteso la creazione di un nuovo Lab Account, dalla scheda Overview, cliccate sul collegamento per poter aggiungere un nuovo Lab Creator. Il Lab Creator è un ruolo che permetterà al docente di poter creare una classe per i propri studenti oppure permetterà di creare un ambiente di test o di demo.

Figura 2: Aggiunta del Lab Creator

Figura 3: Configurazioni del ruolo di Lab Creator e dei permessi per la creazione del lab

Una volta che avrete deciso a chi concedere i privilegi di Lab Creator potrete far collegare il lab creator al sito web di Azure Lab Services. Dopo essersi autenticato gli verrà chiesto di confermare le autorizzazioni di accesso richiesta dall’ap Azure Lab Services, come mostrato in figura:

Figura 4: Conferma dell’accesso e autorizzazioni per Azure Lab Services

Il Lab Creator a questo punto è pronto per creare un nuovo laboratorio, cliccando sul pulsante New Lab. Oltre a fornire il nome del laboratorio, gli verrà chiesto la dimensione delle VM da utilizzare, la versione del sistema operativo (Windows o Linux) e le credenziali di accesso alla VM, come mostrato in figura. È possibile modificare la dimensione delle VM da utilizzare nel lab seguendo le istruzioni dell’articolo Use PowerShell to set allowed VM sizes in Azure Lab Services ed aggiungere altre immagini delle VM oltre a quelle proposte di default, seguendo le istruzioni dell’articolo Use PowerShell to add a marketplace image to a lab in Azure DevTest Labs

Figura 5: Creazione di un nuovo laboratorio

Figura 6: Immagini delle macchine virtuali disponibili di default

Dopo qualche istante sarà possibile, dalla Dashboard del Lab, accedere alle configurazioni. Attendete che venga completata la creazione della VM e, dopo averla avviata, configurate il template della macchina virtuale con tutte le caratteristiche che volete fornire agli utenti del lab. Collegatevi alla macchina in desktop remoto ed effettuate le personalizzazioni che desiderate (installazione di software, configurazioni).

Figura 7: Creazione del laboratorio completata

Terminate le configurazioni del template potete modificarne i dettagli, per fornire ai vostri studenti/utenti maggiori informazioni sulla VM.

Figura 8: Modifica dei dettagli del template

A questo punto potete pubblicare il template facendo clic sul pulsante Publish. Una volta che il template è stato pubblicato non sarà più possibile modificarlo.

Figura 9: Pubblicazione del template della VM

Configurazione dei criteri di utilizzo del laboratorio

È possibile definire dei criteri di utilizzo del laboratorio, come ad esempio il numero massimo di utenti che potranno utilizzarlo. Per poter definire la policy vi basterà cliccare su Usage Policy e definire il numero massimo di utenti consentito, come mostrato in figura:

Figura 10: Definizione della Usage Policy del Lab

Dopo aver stabilito il numero massimo di macchine virtuali da creare nel vostro Lab (nella Preview potete creare un massimo di 5 VM), potrete registrare i vostri utenti e dargli la possibilità di accedere al laboratorio.

Figura 11: Creazione delle VM nel Lab

Prossimamente sarà possibile anche limitare l’utilizzo del laboratorio a determinati periodi della giornata. Al momento la funzionalità non è ancora disponibile.

Figura 12: Abilitazione della programmazione della disponibilità del Lab

Utilizzo del Lab

Per permettere l’utilizzo del lab ai propri studenti ed ai propri collaboratori sarà necessario prima aggiungere gli utenti utilizzando il pulsante User registration e successivamente inviare il link che verrà generato a chi dovrà utilizzare il lab.

Figura 13: Generazione del link per poter permettere agli studenti di poter accedere al laboratorio

Dal portale amministrativo sarà possibile verificare le assegnazioni e lo stato della macchina virtuale, come mostrato in figura:

Figura 14: verifica delle assegnazioni delle VM disponibili nel Lab

Collegamento al Lab

A questo punto chi riceverà il link dovrà collegarsi al sito web di Azure Lab Services e dopo aver inserito le credenziali dell’organizzazione (quindi di Azure AD) ed aver accettato le autorizzazioni da dare agli Azure Lab Services, potrà cominciare ad utilizzare la macchina virtuale del laboratorio che gli è stata assegnata. Nella schermata principale vedrà le VM a cui gli è stato consentito l’accesso e, dopo averle avviate, potrà collegarsi in desktop remoto utilizzando le credenziali fornite dal Lab Creator.

Figura 15: Dopo l’accesso al portale degli Azure Lab Services l’utente vedrà le VM che gli sono state assegnate

Figura 16: Accesso alla VM del Lab dopo l’accensione

Dal portale di amministrazione il Lab Creator può tenere sotto controllo la situazione, può avviare/stoppare la macchina virtuale, può connettersi in desktop remoto per dare assistenza all’utilizzatore della VM

Figura 17: Gestione delle VM del Lab dal portale amministrativo

Conclusioni

Azure Lab Services può essere usato per implementare molti scenari. Uno dei più importanti prevede la possibilità di ospitare computer di sviluppo per gli sviluppatori oppure è un’interessante soluzione per implementare laboratori scolastici nel Cloud. Un docente può creare un laboratorio, installare macchina virtuali Windows o Linux, installare il software necessario per le esercitazioni e rendere disponibili le VM ai propri studenti. Vedremo nella versione finale cosa sarà disponibile, intanto proviamo la preview 🙂

Buon lavoro!

Nic

Pubblicare applicazioni aziendali con Azure Active Directory Application Proxy

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La necessità di rendere utilizzabili al di fuori del perimetro aziendale le applicazioni interne è un’esigenza ormai quotidiana, ma la disponibilità esterna di queste risorse costringe necessariamente chi amministra l’infrastruttura ad “aprire le porte” verso Internet, con tutte le implicazioni dal punto di vista della sicurezza che questo comporta.

Sono state e sono tutt’ora utilizzate una serie di tecniche di mitigazione, ad esempio l’impiego di proxy a reverse con l’utilizzo di sistemi di re-writing degli URL, che consentono una separazione netta delle connessioni in ingresso e forniscono una certa sicurezza sulle risorse esposte.

Questa architettura permette la collocazione in DMZ di sole macchine con il compito di gestire le richieste in ingresso e ridirigerle poi, con alcune regole di controllo all’interno. In questo modo le infrastrutture sensibili non hanno contatto diretto con l’esterno.

Contestualmente a questi accorgimenti l’adozione di sistemi IDS/IPS “garantiscono” un accettabile livello di sicurezza.

In ogni caso questo approccio ha richiesto e richiede che il firewall perimetrale consenta la connessione ed “apra” almeno una porta verso l’interno, richiede anche che i vari apparati posti a controllo del perimetro siano costantemente aggiornati e verificati

Azure Active Directory Application Proxy

In Microsoft Azure è disponibile un servizio che si lega in modo stretto con Azure Active Directory e che in maniera concettualmente del tutto nuova permette in modo semplice la fruizione delle applicazioni ad utenti esterni all’azienda.

Questo servizio è Azure Active Directory Application Proxy, disponibile con la versione BASIC o PEMIUM di Azure Active Directory.

Per poter utilizzare la funzione di Application Proxy, dal portale di Azure è sufficiente, selezionata la Directory di riferimento, attivare la funzionalità in prova valida per 30 giorni e successivamente terminata la fase di test, effettuarne l’acquisto.

Figura 1: Abilitazione servizi AAD Premium

Figura 2: Attivazione di Azure AD Premium P2 Trial

Attivata la funzionalità di Azure AD Premium è necessario installare il componente Application Proxy Connector. La scelta più corretta è quella di dedicare un sistema server a questa funzione, scelta che permette una migliore scalabilità delle risorse e di gestione.

Figura 3 Download componente Connector

Per configurare correttamente regole di uscita dell’Application Proxy è utile la lettura del documento Attività iniziali del proxy di applicazione e installazione del connettore

Mentre per un controllo diretto ed una verifica puntuale della configurazione è disponibile il tool Azure Active Directory Application Proxy Connector Ports Test Tool

È anche possibile permettere che il Connector interno utilizzi per collegarsi ad Azure un Web Proxy , questo qualora non fosse possibile agire direttamente sul Firewall per definire regole puntuali di uscita.

In questo caso è bene considerare che un possibile malfunzionamento del Web Proxy stesso si ripercuoterebbe necessariamente sulla raggiungibilità delle applicazioni.

L’aspetto interessante, relativo alla sicurezza del sistema, è che NON è richiesto che in ingresso venga definita alcuna regola sul Firewall.

L’applicazione che è utilizzata esternamente sarà disponibile tramite il portale Azure e sarà la componente Application Proxy che si occuperà di renderla accessibile e di “dialogare” con il Connector interno, che è la sola componente ad avere contatti con l’applicazione in rete locale.

Per analogia con il sistema tradizionale a Reverse Proxy il Connector è un Reverse Proxy, con la sola ma importante differenza che questo, come detto sopra, non ha contatti con l’esterno ma riceve e reindirizza le richieste dalla componente cloud.

Figura 4: Principio di funzionamento di Azure Active Directory Application Proxy

A questo punto è evidente che l’infrastruttura di sicurezza Aziendale può essere “alleggerita” in quanto come già detto non è richiesto che siano attivate porte in ascolto, questo compito è demandato ad Azure.

Pubblicazione di una applicazione interna tramite Azure AD Application Proxy

Dal portale di Azure selezionare la directory in cui si è abilitata la funzione e successivamente selezionare Configura un’app

Figura 5: Aggiunta dell’applicazione on-premises da esporre

Nella maschera successiva scegliere “Add your own on-premises application”

Verrà così proposta una ulteriore videata con le specifiche proprie dell’applicazione che si intende pubblicare

  • Nome serve ad identificare l’applicazione all’interno del portale di accesso e di configurazione
  • URL interno è l’effettivo URL che il connettore installato on premise contatterà (di norma l’Url dell’applicazione interna)
  • URL Esterno è il riferimento
    pubblico per la raggiungibilità dell’applicazione interna, nel caso si usi un dominio Custom, questo è selezionabile dalla casella
  • Metodo di Autenticazione Preliminare è effettivamente la modalità con cui gli utenti accederanno all’autenticazione dell’applicazione.

Con la modalità Azure AD l’utente verrà effettivamente autenticato con i servizi di Azure e quindi beneficiando anche di quelle che sono le prerogative di questi utenti: gestione Self-Service della password, possibilità di definire criteri di sblocco personalizzati, accesso da dispositivi con determinate caratteristiche etc.

Con la modalità Passtrough invece, all’utente viene proposto direttamente (se previsto) il login dell’applicazione interna.

Nel caso in cui sia impostata la modalità Azure AD e l’applicazione (tipicamente legacy) non sia in grado di utilizzare di questa modalità, verrà richiesta una seconda autenticazione.

A questo punto è possibile accedere all’applicazione, è da notare che di default tutto il traffico è in HTTPS e viene utilizzato un certificato generato per il nome host definito.

Tuttavia, siccome si possono anche gestire URL esposti in Azure con FQDN del proprio dominio pubblico è possibile effettuare l’upload di un certificato aziendale.

Controllo delle funzionalità del Connector Gateway

Questo oggetto non ha particolari opzioni di configurazione, all’atto dell’installazione, viene richiesto un account amministratore globale della directory e con questo il gateway si registra ed autentica sulla directory stessa.

È possibile all’interno del registro eventi rilevare eventuali errori o anomalie archiviate in AadApplicationProxy (fig.6)

Sono anche disponibili, al fine di valutare le performance di questo servizio alcuni Performance Counters (fig.7)

Figura 6: Contatori disponibili per la verifica delle performance del servizio

Figura 7: Aggiunta dei contatori

Considerazioni relative agli aspetti di sicurezza

Controllo tramite NMAP delle informazioni deducibili tramite un port SCAN

Al di là delle considerazioni espresse in precedenza, un piccolo e sicuramente approssimativo test relativo agli aspetti legati alla sicurezza è stato condotto utilizzando NMAP.

Tramite questo tool si è cercato di identificare il sistema operativo sul quale l’applicazione è installata.

Sono stati effettuati due TEST distinti, il primo verso una applicazione esposta in modo tradizionale FWàRev-ProxyàApplicazione

Figura 8: Scansione verso l’esposizione con Reverse Proxy tradizionale

Nmap seppure con una certa approssimazione ha rilevato un host Linux fig. sopra

Ed il secondo sempre verso la stessa applicazione ma esposta tramite AZURE con la struttura descritta sopra

Figura 9 Scansione verso l’esposizione con Azure Application Proxy

Nmap non è riuscito ad identificare il sistema verso il quale ha fatto la scansione.

Conclusioni

Partendo dall’assunto che non esiste LA soluzione perfetta, sicura e garantita e vista anche la velocità di implementazione e il discreto grado di sicurezza by-default dell’infrastruttura, la soluzione di Azure Application Proxy può essere un valido aiuto alle realtà che necessitano di rendere fruibili le proprie applicazioni all’esterno del perimetro aziendale.

Riferimenti:

Azure Application Proxy Connector

Azure Application Proxy Connector – connessione tramite proxy interno

Risoluzione dei problemi relativi alla pubblicazione di applicazioni tramite Azure

Sicurezza

Configurare il disaster recovery delle Azure VM in una regione secondaria di Azure

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Azure Site Recovery è un servizio che permettere di poter replicare in Microsoft Azure le nostre macchine fisiche on-premises e le nostre macchine virtuali Hyper-V oppure VMware, per poterle avviare nel momento in cui si verifica un disastro. Ho già avuto modo di affrontare in diversi articoli come proteggere macchine virtuali VMware e come proteggere e migrare server fisici con Azure Site Recovery. Per chi volesse sapere cosa offre e come funziona Azure Site Recovery consiglio la lettura del documento Informazioni su Site Recovery.

In questo articolo vi voglio parlare di come effettuare il Disaster Recovery (DR) di una macchina virtuale ospitata in Microsoft Azure.

Il servizio, disponibile solo da pochi giorni, permette di replicare una macchina virtuale da una Region di Azure verso un’altra Region, in modo tale che se il sito primario non sia disponibile (per un disastro, per problemi di connettività, ecc..) la macchina virtuale possa essere accesa nel sito secondario e sia già pronta per poter eseguire le applicazioni.

Creazione del Recovery Service Vault

Prima di procedere all’abilitazione della replica della nostra Azure VM è necessario creare un Backup and Site Recovery Vault. Collegatevi al portale di Azure e dopo esservi autenticati create un nuovo Recovery Services Vault, come mostrato in figura. Quando create il Recovery Services Vault considerate sempre due fattori:

  • Il Recovery Services Vault non si deve trovare nella Region di Azure dove si trovano le Azure VM da proteggere
  • Il Resource Group in cui inserite il Recovery Services Vault non deve essere nella Region delle VM da proteggere

Le due condizioni sono necessarie perché, in caso di disastro nella Region dove sono ospitate le VM, non sarebbero disponibili né Resource Group né Recovery Services Vault!


Figura 1: Creazione del Recovery Services Vault in una Region diversa da quella dove sono ospitate le Azure VM da proteggere

Protezione delle Azure VM

Terminata la creazione del Recovery Services Vault siamo pronti per proteggere le nostre Azure VM. Dal portale di Azure vi basterà selezionare la VM da proteggere e cliccare sul collegamento Disaster Recovery. Nel blade che si aprirà configurate la Region di destinazione della replica della vostra VM ed il Resource Group, la VNET, lo Storage Account e tutti gli altri parametri richiesti, come mostrato in figura:

Figura 2: Configurazione della Replica della VM e Replication settings

Attenzione: Per poter abilitare la replica della VM è necessario che nella macchina virtuale sia installato l’Azure VM agent. Nel caso non lo fosse o nel caso non rispondesse alle richieste del portale riceverete un messaggio come quello mostrato in figura:

Figura 3: Messaggio di errore nel caso l’Azure VM agent non sia installato o non funzioni

L’abilitazione della replica dura diversi minuti. Potete controllare lo stato della replica dalle notifiche, come mostrato in figura:

Figura 4: Notifiche sulla creazione degli oggetti necessari alla replica della VM

Selezionando la VM e cliccando su Disaster Recovery sarà possibile visualizzare il Site Recovery Job iniziale di abilitazione della replica, come mostrato in figura:

Figura 5: Informazioni sullo stato di replica della Azure VM

Figura 6: Job di abilitazione della replica

Dal blade del Disaster Recovery sarà sempre possibile tenere sotto controllo lo stato di replica della VM e sarà possibile modificare i parametri. Cliccate sul tasto Settings e modificate i parametri della VM replicata. Potete ad esempio decidere in quale Resource Group accenderla e a quale VNET collegarla, oltre ovviamente alla dimensione che deve avere.

Figura 7: Configurazioni della VM replicata

Test del Failover

È sempre buona norma testare periodicamente il failover e verificare che tutto funzioni nella VM che avete replicato. Per effettuare il test vi basta cliccare su Test Failover e seguire le istruzioni. Vi verrà chiesto il Recovery Point che volete testare e la Azure VNET a cui collegare la VM.

Figura 8: Failover Test della VM

Dopo qualche minuto, nel Resource Group dove avete deciso di avviare la macchina per testare il Failover, apparirà la VM e vi ci potrete collegare per poter verificare che tutto funzioni perfettamente.

Figura 9: Macchina virtuale di test per il Failover

Dopo le opportune verifiche potete cliccare su Cleanup test failover e cancellare la macchina virtuale di test, come mostrato in figura:

Figura 10: Cleanup test failover

Failover della Azure VM

Per poter eseguire il Failover della Azure VM è sufficiente cliccare sul pulsante Failover e dal blade scegliere quale Recovery Point applicare e se spegnere la macchina prima di iniziare il failover. Lo spegnimento della macchina ha senso ovviamente in un Failover programmato e non in caso di vero disastro 🙂

Figura 11: Failover della Azure VM nella seconda Region di Azure

Terminato il Fialover potete decidere anche di cambiare recovery point utilizzando il pulsante Change recovery point oppure confermare la scelta fatta utilizzando il pulsante Commit. Dopo aver effettuato il Commit però non sarà più possibile modificare il Recovery Point.

Figura 12: Commit della macchina virtuale e completamento del Failover

Terminato il disastro è possibile riproteggere la Azure VM utilizzando il pulsante Re-protect. La macchina verrà replicata nuovamente verso la Region di partenza, ma se volete potete cliccare sul pulsante Customize e modificare i parametri, scegliendo il Resource Group, la VNET, lo Storage Account e l’Availability Set della macchina di destinazione.

Figura 13: Re-protect della Azure VM

Conclusioni

Il Disaster Recovery è decisamente importante vista la nostra dipendenza dai sistemi IT. Nonostante tutti gli sforzi profusi, può capitare sempre che accada qualcosa di imprevisto che interrompa la possibilità di usufruire dei servizi. Nonostante il Cloud sia stato concepito per essere affidabile, è buona norma essere sempre preparati al peggio. La replica delle VM di Azure è sicuramente una funzionalità interessante per essere certi di poter gestire un disastro importante e per assicurare alle aziende che hanno anche degli obblighi contrattuali o delle esigenze molto stringenti in ambito di Disaster Recovery di poter usufruire delle VM ospitate in Azure ed essere compliant con le loro specifiche.

Per approfondimenti potete visitare la pagina Set up disaster recovery for Azure VMs to a secondary Azure region