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Implementare reti wireless sicure con 802.1x ed EAP-TLS con Windows Server 2016

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Per permettere l’accesso alle nostre reti wireless molto spesso utilizziamo delle chiavi di cifratura WPA2, che rimangono le stesse per diverso tempo, e che spesso vengono anche consegnate ad utenti ospiti delle nostre reti. Chiunque disponga della chiave può quindi accedere alla WLAN e non sempre nelle nostre infrastrutture ci preoccupiamo di cambiarla periodicamente, considerando anche che dovremmo farlo su tutti gli access point e su tutti i client.

Per garantire un metodo più affidabile di autenticazione e autorizzazione, da anni è possibile implementare una struttura di protezione WLAN basata sul protocollo 802.1x, uno standard IEEE per l’autenticazione dell’accesso alla rete che può anche essere utilizzato per la gestione delle chiavi di protezione WPA2. Il suo utilizzo non è limitato alle reti senza fili, ma può essere implementato in numerosi switch di fascia alta nelle reti LAN cablate. Per approfondimenti sul funzionamento del protocollo 802.1x vi rimando alla pagina https://it.wikipedia.org/wiki/IEEE_802.1x

In questo articolo vedremo come implementare l’uso del protocollo 802.1x per le nostre reti wireless (ma analogo ragionamento può essere fatto per le reti cablate) utilizzando un server di autenticazione RADIUS creato con Windows Server 2016 ed EAP-TLS. EAP-TLS offre un processo di autenticazione molto sicuro, che sostituisce le semplici password con certificati digitali lato client e lato server, tramite l’utilizzo di una Certification Authority (PKI), creando di fatto quella che viene chiamata Mutual Authentication.

EAP-TLS con Mutual Authentication è attualmente l’implementazione più sicura per l’accesso alle reti wireless o alle reti cablate. I client autenticano il server RADIUS ed il server RADIUS chiede ai client di autenticarsi, richiedendo loro un certificato digitale.

Pertanto questo tipo di autenticazione, basato su certificati digitali sia computer che utente, permette l’accesso solo a chi possiede il certificato corretto e, nel caso la connessione avvenga tramite rete wireless, subito dopo l’autenticazione viene rilasciata una chiave WPA2 unica per utente (o per computer) ed unica per ogni sessione di connessione!

Per creare una infrastruttura di accesso che supporti questo protocollo affronteremo diversi passaggi:

  1. Creazione della Certification Authority e relativa configurazione
  2. Configurazione dei gruppi di accesso in Active Directory
  3. Creazione del server RADIUS di autenticazione utilizzando il ruolo Network Policy Server (NPS)
  4. Rilascio dei certificati per i client
  5. Configurazione degli Access Point per il supporto all’802.1x
  6. Configurazione dei client per il supporto all’EAP-TLS nelle reti wireless

Figura 1: Schema dell’infrastruttura necessaria all’implementazione del protocollo 802.1 con EAP-TLS

Creazione della Certification Authority (CA)

Per creare una certification authority si utilizza il ruolo Active Directory Certificate Services. Procedete all’installazione del ruolo in una macchina Windows Server.

Figura 2: Installazione del ruolo Active Directory Certificate Services in Windows Server 2016

Aggiungete il Role Services di Certification Authority e di Certification Authority Web Enrollment, che vi darà la possibilità di rilasciare i certificati per i vostri client anche attraverso un’interfaccia web.

Figura 3: Aggiunta dei Role Services per il ruolo di CA

Terminata l’installazione sarà necessario configurare la nostra Certification Authority. Cliccate quindi sul link Configure Active Directory Certificate Services in the destination computer.

Figura 4: Installazione del ruolo completata. È necessario però configurarlo

Dopo aver cliccato sul link si aprirà un wizard di configurazione. Configurare entrambi i Role Services che avete appena installato, come mostrato in figura:

Figura 5: Scelta dei Role Services da configurare

Il primo passaggio consiste nell’indicare se volete creare una CA di tipo Enterprise o Standalone. Nel nostro ambiente di dominio utilizzeremo una CA di tipo Enterprise.

Figura 6: Scelta del tipo di Certification Authority da installare

Poiché si tratta del primo server che installiamo, scegliamo di creare una Root CA. Per chi è poco pratico di Certification Authority e vuole conoscere nel dettaglio le differenze, consiglio la lettura dell’articolo Types of Certification Authorities

Figura 7: Scelta del tipo di Certification Authority da utilizzare

Per poter rilasciare i certificati, la vostra Root CA deve avere una chiave privata. Scegliete di creare una nuova Private Key e proseguite con il wizard.

Figura 8: Creazione della nuova chiave privata per la Root CA

La scelta del provider per la crittografia può avere un impatto determinante per la sicurezza, le performance e la compatibilità dei certificati rilasciati dalla vostra CA. Lasciate le impostazioni predefinite e proseguite nel wizard. Poiché le Cryptographic Options sono molto importanti, vi rimando alla lettura dell’articolo Cryptographic Options for CAs

Figura 9: Scelta del provider per la crittografia

Scegliete il nome della vostra CA, in modo che sia facilmente riconoscibile.

Figura 10: Scelta del nome della Certification Autority

Scegliete il periodo di validità del certificato della Root CA

Figura 11: Scelta del periodo di validità del certificato della Root CA

Specificate dove volete che venga salvato il database ed il file di log della CA

Figura 12: Percorsi di installazione del database del file di log della CA

Confermate tutte le configurazioni che avete inserito nel wizard e cliccate sul pulsante Configure:

Figura 13: Conferma delle configurazioni degli Active Directory Certificate Services

Dopo pochi istanti avrete creato e configurato la vostra Certification Authority!

Figura 14: Creazione della CA completata

Configurazione del Network Policy Service (NPS)

Per implementare la nostra infrastruttura basata su RADIUS e protocollo 802.1x ci serviremo di un server Windows in cui installeremo il ruolo di Network Policy Service (NPS). Indipendentemente dal metodo di autenticazione che utilizzerete per le vostre reti wireless (EAP-TLS, PEAP-TLS oppure PEAP-MS-CHAP v2), sarà obbligatorio installare sul Server NPS un certificato digitale che ne permetta il riconoscimento come server di autenticazione.

Per questo motivo sarà necessario distribuire tramite la nostra CA il certificato corretto, creato dal template RAS and IAS Server. Un certificate template viene utilizzato dalla CA per definire il formato ed il contenuto del certificato, per specificare quale utente o quale computer potranno richiederlo e per definirne tutte le caratteristiche e gli usi. Per maggiori informazioni potete leggere l’articolo Certificate Templates Overview

Aprite quindi la console della Certification Authority e dal nodo Certificate Template fate clic col tasto destro scegliendo New –> Certificate Template to Issue

Figura 15: Scelta del nuovo certificate template da distribuire

Per permettere al vostro server NPS di ottenere il certificato valido per poter essere utilizzato con RADIUS server, aggiungetelo in Active Directory al gruppo RAS and IAS Servers. Il gruppo infatti ha la possibilità, di default, di ottenere il certificato dal template RAS and IAS Server che abbiamo appena distribuito.

Figura 16:Aggiunta del server NPS01 al al gruppo RAS and IAS Servers in Active Directory

Riavviate il server NPS in modo tale che possa ottenere nel proprio token Kerberos il SID del gruppo RAS and IAS Servers e, dopo esservi autenticati, aprite una nuova console MMC, aggiungete lo snap-in dei Certificati Computer e procedete alla richiesta del certificato per il server NPS01, come mostrato in figura:

Figura 17: Richiesta di un nuovo certificato sul server NPS01

Se avrete effettuato correttamente tutte le operazioni, vedrete tra le opzioni disponibili la possibilità di richiedere il certificato dal template RAS and IAS Server.

Figura 18: Richiesta del certificato dal template RAS and IAS Server

Installazione del ruolo di Network Policy and Access Services sul server RADIUS

Procedete all’installazione del ruolo Network Policy and Access Services sul server NPS01, come mostrato nelle due figure:

Figura 19: Aggiunta del ruolo Network Policy and Access Services

Figura 20: Aggiunta del ruolo NPS completata

Lanciate la console del Network Policy Server e dalla scheda Getting Started scegliete dal menù a tendina che volete implementare lo scenario di RADIUS Server for 802.1x Wireless or Wired Connections. Cliccate sul link Configure 802.1x, come mostrato in figura:

Figura 21: Scelta dello lo scenario di RADIUS Server for 802.1x Wireless or Wired Connections nella scheda Getting Started

Partirà un wizard che vi guiderà nella configurazione. Nella prima schermata scegliete lo scenario. Nel nostro caso vogliamo rendere sicura una rete wireless.

Figura 22: Scelta del tipo di connessione per l’802.1x

Nella seconda schermata aggiungere il vostro RADIUS Client, cioè l’Access Point che invierà le richieste di connessione al vostro server NPS. Indicate anche uno Shared Secret, che dovrete successivamente inserire nel pannello di configurazione dell’Access Point.

Figura 23: Aggiunta del RADIUS Client (Wireless Access Point)

Figura 24: Potete aggiungere tutti i RADIUS Client che volete utilizzare nella vostra rete wireless sicura

Nella terza schermata scegliete il metodo di autenticazione. Nel nostro caso utilizzeremo i certificati digitali da installare sui pc client che vogliono accedere alla rete wireless (protetta con 802.1x ed EAP-TLS). Scegliete Microsoft: Smart Card or other certifcate e dal pulsante Configure assicuratevi di selezionare il certificato corretto per il vostro server NPS (cioè il certificato generato dal template RAS and IAS Server della vostra CA):

Figura 25: Scelta del metodo di autenticazione

Nella quarta schermata scegliete il gruppo di utenti o di computer di Active Directory che sarà autorizzato ad accedere alla rete wireless. Io ho aggiunto il gruppo Domain Computers

Figura 26: Scelta del gruppo di Active Directory che sarà autorizzato ad accedere alla rete wireless

Se utilizzate le VLAN nella vostra infrastruttura, sarà necessario effettuare ulteriori configurazioni. Maggiori informazioni sono contenute nell’articolo Configure Network Policies

Figura 27: Configurazioni relative alle VLAN

A questo punto il vostro wizard sarà terminato e verranno create una Connection Request Policy ed una Network Policy, entrambe chiamate Secure Wireless Connections.

Figura 28: Configurazione del server NPS completata

Configurazione dei computer client

Terminata la configurazione del server RADIUS è necessario configurare i client. Come prima operazione ci occuperemo di distribuire i certificati ai client che saranno autorizzati ad accedere alla rete wireless. Per poterlo fare ci serviremo di un template e delle group policy. Per poter distribuire i certificati utilizzando le GPO dovremo creare un template adatto a tale scopo.

Creazione del template per la distribuzione dei certificati ai computer del dominio

Dalla console Certificate Templates duplicate il template chiamato Computer per poterne generare uno nuovo, come mostrato in figura:

Figura 29: Duplicazione del template Computer

Dalle proprietà del nuovo template, provvedete a configurare un nuovo nome, ad indicare una durata per i certificati emessi e ad aggiungere alla scheda Security il gruppo di Computer di Active Directory che potrà richiederne i certificati che verranno da esso generati. Se volete utilizzare le GPO per la distribuzione dei certificati non dimenticatevi di selezionare l’opzione AutoEnroll, come mostrato nelle figure seguenti:

Figura 30: Definizione del nome del nuovo template certificati

Figura 31: Permesso di esportare la chiave privata

Figura 32: Aggiunta del gruppo di Active Directory autorizzato e selezione dell’AutoEnroll

Figura 33: Scelta delle informazioni da inserire nei certificati emessi

Terminata la creazione del template, collegatevi alla console di gestione della Certification Authority e distribuite il nuovo template certificato che avete creato, come mostrato nelle figure seguenti:

Figura 34: Aggiunta del nuovo certificate template alla CA

Figura 35: I due certificate template creati e distribuiti dalla nostra CA

Distribuzione del certificato computer utilizzando le Group Policy

Per distribuire il certificato Computer nel nostro dominio tramite le Group Policy vi basta creare una nuova GPO, collegarla alla OU dove si troveranno i computer autorizzati ad utilizzare la rete wireless e da Computer Configuration\Policies\Windows Settings\Security Settings\Public Key Policies modificare la voce Certificate Services Client – Auto-Enrollment come mostrato in figura:

Figura 36: Auto-Enrollment dei certificati tramite GPO

Tutti i template certificato che saranno configurati per l’Auto-Enrollment per i gruppi di computer di Active Directory verranno distribuiti tramite questo metodo. Nessuno ovviamente vi vieta di installare manualmente i certificati sui vostri computer.

Effettuate un gpupdate sui vostri computer, magari utilizzando la PowerShell Invoke-GPUpdate e assicuratevi che abbiano ricevuto un certificato digitale

Figura 37: Certificati digitali emessi dalla CA e distribuiti tramite Group Policy

Figura 38: Certificato ricevuto dal client tramite la GPO

Configurazione degli Access Point per il supporto all’802.1x

La configurazione dei Wireless Access Point per il supporto all’802.1x varia da modello a modello. In genere trovate la configurazione sotto la voce Wireless
Security, scegliendo WPA2-Enterprise, WPA-Enterprise oppure Open with 802.1X. Nel mio caso ho scelto di utilizzare una chiave WPA2, che verrà data al computer solo dopo che sarà avvenuta l’autenticazione. Ho ovviamente dichiarato qual è il server RADIUS da utilizzare (NPS01) e lo Shared Secret che avevo precedentemente impostato nel wizard di creazione della Network Policy.

Figura 39: Configurazione del Wireless Access Point per l’utilizzo di WPA2-Enterprise

Configurazione dei client per la connessione alla rete wireless

Per configurare manualmente il client a connettersi alla rete protetta con il protocollo 802.1x è necessario effettuare delle operazioni. Spostatevi nel pannello di controllo del vostro client (Io sto usando Windows 10 versione 1709), andate in Network and Sharing Center e scegliete di configurare una connessione manuale verso una rete wireless, come mostrato in figura:

Figura 40: Connessione manuale ad una rete wireless in Windows 10

Inserite il nome della rete wireless a cui volete collegarvi e scegliete come Security type la voce WPA2-Enterprise

Figura 41: Scelta del nome della rete wireless e del metodo di autenticazione

Nel passaggio successivo cliccate sul pulsante Change Connection setting

Figura 42: Modifica delle opzioni della connessione

Spostatevi nella scheda Security e assicuratevi che nel Security type ci sia WPA2-Enterprise, nell’Encryption type ci sia AES e in Authentication method ci sia Microsoft: Smart Card or other certificate. Cliccate sul pulsante Settings per selezionare se volete utilizzare una Smart Card oppure un certificato presente sul computer e controllate di aver selezionato Use Simple Certificate Selection, nel caso sul vostro computer siano installati diversi certificati.

Figura 43: Modifica delle configurazioni di Security per la rete wireless

Cliccando sul pulsante Advanced settings potrete anche forzare come metodo di autenticazione la Computer Authentication, come mostrato in figura:

Figura 44: Opzioni avanzate della scheda Security

Confermate le impostazioni cliccando su OK e provate a collegarvi alla rete wireless. Se tutto sarà stato configurato correttamente vi riuscirete a collegare in pochissimi istanti.

È possibile verificare le configurazioni della rete wireless in qualsiasi momento accedendo al Network and Sharing Center, cliccando sul nome della rete wireless e scegliendo Wireless Properties dalla scheda Wi-Fi status, come mostrato in figura:

Figura 45: Modifica delle configurazioni della rete Wi-Fi

Configurazione dei client per la connessione alla rete wireless tramite Group Policy

Per semplificare la connessione alla rete wireless protetta con 802.1x è possibile anche utilizzare le Group Policy. In effetti la connessione manuale è alquanto impegnativa, non alla portata di tutti gli utenti ed è necessario collegarsi a tutti i pc client per poterla effettuare. Con le GPO, esattamente come abbiamo fatto con i certificati digitali per i computer, l’operazione diventa invece molto semplice.

Create una Group Policy e collegatela alla OU dove si trovano i computer che volete configurare. Spostatevi nel ramo Computer Configuration\Policies\Windows Settings\Security Settings\Wireless Network (IEEE 802.11) Policies e cliccando con il tasto destro scegliete Create a New Wireless Network Policy for Windows Vista and Later Releases, come mostrato in figura:

Figura 46: Creazione di una nuova Wireless Network Policy

Nella scheda che si aprirà, scegliete un nome per la vostra policy e cliccate su Add per aggiungere le configurazioni di una nuova rete wireless di tipo Infrastruttura, come mostrato in figura:

Figura 47: Aggiunta della nuova rete wireless

Nelle proprietà del nuovo profilo della rete wireless che volete aggiungere, inserite il nome dell’SSID della rete e cliccate sul pulsante Add

Figura 48: Aggiunta dell’SSID della rete wireless

Cliccate sulla scheda Security e configuratela con le informazioni visualizzate nella figura seguente:

Figura 49: Configurazione delle Security per la rete wireless

Completate la configurazione cliccando su OK.

Figura 50: Completamento della configurazione

Da questo momento il profilo verrà distribuito attraverso le group policy. Effettuate un gpupdate sui vostri computer client oppure utilizzate la PowerShell Invoke-GPUpdate dal domain controller e assicuratevi che i client possano accedere alla rete Wi-Fi protetta.

Conclusioni

La sicurezza è una condizione determinante per la protezione delle nostre infrastrutture e della nostra produzione. Filtrare l’accesso alle reti wireless o alle reti cablate servendosi del protocollo di autenticazione 802.1x con EAP-TLS certamente incrementa il lavoro da fare ma allo stesso tempo permette di essere sicuri che alle nostre reti possano accedere solo i computer autorizzati.

PowerShell Core 6: ancora Open Source in trionfo

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E’ passato più di un anno e mezzo da quando il progetto PowerShell 6 è arrivato su GitHub (https://github.com/powershell/powershell). Per la prima volta PowerShell non è solo OpenSource, ma addirittura Cross-Platform. La nuova shell, con l’obiettivo principale di creare un ambiente leggero mantenendo una buona compatibilità con le versioni precedenti, è ormai stata rilasciata in versione stabile su una moltitudine di sistemi operativi. E’ infatti possibile installare la nuova release su tutti i sistemi operativi Windows client a partire da Windows 7 e su Windows Server a partire da 2008 R2, oltre che su molteplici distribuzioni Linux (CentOS, RedHat. Debian, Fedora, OpenSuse) ed addirittura MacOS dalla versione 10.12.

L’installazione è molto semplice e va effettuata a partire dal Setup scaricato direttamente dalla pagina download del progetto (https://github.com/PowerShell/PowerShell/releases), selezionando la versione relativa al proprio sistema operativo. Il setup della versione per Windows x64 ha una dimensione di circa 50MB.

Dopo aver accettato le condizioni e confermato il path per l’installazione possiamo aprire PowerShell 6 mettendo un segno di spunta su “Launch PowerShell”

Per avviare PowerShell successivamente è possibile richiamare pwsh.exe dal prompt dei comandi se siamo su Windows, o avviare pwsh se siamo su Linux o MacOS.

Come possiamo notare stiamo utilizzando l’edizione Core di PowerShell 6, che come abbiamo anticipato è molto leggera ed ha caratteristiche di compatibilità elevate, ma non è possibile utilizzare gli stessi CmdLet dell’edizione Desktop. E’ importante notare che le due edizioni possono coesistere su uno stesso sistema. Se proviamo ad eseguire sulla stessa macchina il comando powershell vediamo che è possibile utilizzare la PowerShell completa.

Potrebbe capitare di leggere della documentazione su questi due componenti, e li vediamo spesso indicati come FullCLR (Windows PowerShell) e CoreCLR (PowerShell Core)

Aiutiamoci con Windows Subsystem for Linux e scopriamo quanti moduli sono disponibili nelle due edizioni di PowerShell. Proviamo a lanciare su entrambe il comando Get-Module -ListAvailable , che ci restituisce l’elenco dei moduli utilizzabili, redirezionando l’output al comando Linux wc -l, che ci indica il numero di righe di cui questo elenco è composto. Il comando completo è quindi:

Get-Module -ListAvailable bash -c “wc -l”

Proviamo ad eseguirlo su PowerShell Core

E successivamente su PowerShell

La differenza è notevole, 22 moduli contro 100, ma come al solito parliamo di progetti nati da pochissimo tempo e sui quali viene investito un gran numero di risorse, quindi ci aspettiamo delle grosse novità in tempi brevi.

Ricordiamo ovviamente che sui sistemi operativi non Windows è utilizzabile unicamente l’edizione Core, ed a questo proposito indichiamo che su alcune distribuzioni Linux si rilevano problemi nell’ottenimento dell’ultima release utilizzando l’opzione update dei vari package manager. Se vi trovate in questa situazione è sufficiente disinstallare e reinstallare il componente utilizzando:

Sulle distribuzioni Debian/Ubuntu:

sudo apt remove powershell && sudo apt-get install powershell

Sulle distribuzioni RedHat/CentOS:

sudo yum remove powershell && sudo yum install powershell

Sul futuro di PowerShell Core, quindi, sappiamo che la direzione su cui il team di sviluppo si sta muovendo è quella di aumentare il numero dei comandi supportati in modo da avere sistemi, anche eterogenei, sempre più in simbiosi ed in grado di scambiarsi il maggior numero di informazioni possibili, così da permettere un management sempre più centralizzato.

Nel frattempo Windows PowerShell continua ad essere supportato ma probabilmente non ci saranno grossi sviluppi futuri.

Migrazione di server fisici verso Microsoft Azure con Azure Site Recovery

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Anche se ormai gran parte delle nostre infrastrutture sono virtualizzate, potrebbe capitare che in alcune aziende ci siano ancora delle macchine fisiche. Azure Site Recovery è una funzionalità offerta da Microsoft Azure per poter effettuare il disaster recovery dei nostri server fisici oppure per poterli definitivamente migrare verso il Cloud.

In questo articolo ci occuperemo della migrazione dei server fisici, ma se siete interessati alla migrazione di macchine virtuali vi invito a leggere l’articolo https://www.ictpower.it/sistemi-operativi/migrazione-di-macchine-virtuali-vmware-verso-microsoft-azure-con-azure-site-recovery.htm e l’articolo https://www.ictpower.it/sistemi-operativi/migrazione-delle-macchine-virtuali-vmware-verso-microsoft-azure-con-lutilizzo-di-azure-migrate.htm

Per eseguire la migrazione di un server fisico è necessario abilitare la replica del server ed eseguirne il failover in Azure.

Creazione del Recovery Service Vault

Il Recovery Service Vault è un servizio di Azure che ospita i dati e le configurazioni delle macchine virtuali. Per sapere nel dettaglio le caratteristiche del servizio potete leggere l’articolo https://docs.microsoft.com/it-it/azure/backup/backup-azure-recovery-services-vault-overview

Per creare un nuovo Recovery Service Vault è sufficiente aprire il portale di Azure e, facendo clic su New, cercare Backup and Site Recovery (OMS). Inserite quindi il nome del vostro Vault, il Resource group da utilizzare e la location dove volete che venga creato, come mostrato in figura:

Figura 1: Creazione di un nuovo Azure Recovery Vault

Terminata la creazione del Vault ne potete visualizzare le caratteristiche utilizzando la scheda Overview. Cliccate sulla scheda Site Recovery e iniziate la preparazione dell’infrastruttura, indicando cosa volete proteggere (Protection Goal). Nel mio caso, visto che voglio proteggere delle macchine fisiche on-premises, ho dichiarato che le macchine non sono virtualizzate, come indicato in figura:

Figura 2: Preparazione del Protection Goal

Nel secondo passaggio vi verrà chiesto di scaricare e testare il Deployment Planner, uno strumento gratuito che vi consente di profilare i vostri server fisici senza alcun impatto sulla produzione e di determinare i requisiti di larghezza di banda e spazio di archiviazione di Azure per le operazioni di replica e failover. Vi consiglio di leggere l’articolo https://docs.microsoft.com/it-it/azure/site-recovery/site-recovery-deployment-planner per conoscere le potenzialità di questo strumento.

Figura 3: Deployment Planning

Nel passaggio successivo dovrete selezionare il Configuration Server da utilizzare per la replica dei dati della vostra macchina fisica. Il Configuration Server funge da coordinatore tra i servizi di Site Recovery e l’infrastruttura locale (on-premises). Per i requisiti hardware e software del Configuration Server vi rimando all’articolo https://docs.microsoft.com/it-it/azure/site-recovery/site-recovery-vmware-to-azure-manage-configuration-server. Provvedete a scaricare il Microsoft Azure Site Recovery Unified Setup (sono circa 1,5 GB) e ad installarlo nella vostra infrastruttura in una macchina Windows Server 2012 R2 (va bene anche la versione Evaluation e la macchina può essere anche in workgroup). Seguite tutte le istruzioni indicate nel blade del portale Azure, come mostrato in figura:

Figura 4: Aggiunta del Configuration Server e procedura di installazione

Installazione di Microsoft Azure Site Recovery Unified Setup

L’installazione del software che provvederà a creare il nostro Configuration Server è molto semplice ed è descritta nelle immagini che seguono. Assicuratevi di rispettare i Requisiti di dimensione per un server di configurazione e, dopo aver installato un server con Windows Server 2012 R2, dategli un IP statico e lanciate il setup di configurazione.

Figura 5: Prima schermata di installazione del Configuration Server

Figura 6: Inserimento della Site Recovery Registration Key che avete precedentemente scaricato dal portale di Azure

Figura 7: Verifica dei prerequisiti per l’installazione del Configuration Server

Figura 8: Inserimento della password di root e di svsystems user per il database MySQL

Figura 9: Indicazione che vogliamo proteggere server fisici e non macchine virtuali

Figura 10: Schermata riassuntiva del Setup del Configuration Server

Figura 11: Installazione del Configuration Server completata

A questo punto vi verrà chiesto di riavviare. Terminato il riavvio del server, subito dopo il login, vi apparirà il messaggio che vi indica quale sarà la passphrase da utilizzare per collegare l’agent del Mobility Service al vostro Configuration Server. Il Mobility Service è un servizio che si occupa di trasferire i file generati dal vostro server fisico verso il Configuration Server, che si occuperà poi di inoltrarli Ad Azure Site Recovery. Salvate la passphrase in un file di testo, perché potrebbe esservi richiesta se vorrete installare manualmente l’agent di Azure Site Recovery Mobility Service. In ogni caso è sempre possibile rigenerarla seguendo le indicazioni contenute nell’articolo https://docs.microsoft.com/it-it/azure/site-recovery/site-recovery-vmware-to-azure-manage-configuration-server

Figura 12: Passpharse per il collegamento degli agent di Azure Site Recovery al Connection Server

Lanciate dal Desktop il collegamento al Cspsconfigtool, che vi darà la possibilità di aggiungere le credenziali per installare il Mobility Service sulle vostre macchine fisiche. Esistono diverse modalità di installazione di questo servizio e per approfondimenti vi rimando alla lettura dell’articolo https://docs.microsoft.com/it-it/azure/site-recovery/site-recovery-vmware-to-azure-install-mob-svc

Figura 13: Aggiunta dell’account necessario all’installazione del Mobility Service sulle macchine fisiche

Terminata l’installazione del Configuration Server potete tornare nel portale Azure e dal blade dello Step 3 adesso sarà possibile selezionare il server appena installato, come mostrato in figura:

Figura 14: Selezione del Connection Server appena installato

Proseguite con lo Step 4, indicando la Subscription Azure da utilizzare, il Deployment model e assicurandovi di avere uno storage account ed una virtual network dove migrare i vostri server fisici on-premises.

Figura 15: Individuazione del target Azure dove replicare le macchine fisiche on-premises

L’ultimo passaggio di preparazione dell’infrastruttura consiste nella creazione di una Replication Policy da associare al vostro Configuration Server. La Replication Policy stabilisce la frequenza di replica delle vostre macchine fisiche on-premises. Maggiori informazioni sono disponibili al link https://docs.microsoft.com/it-it/azure/site-recovery/site-recovery-setup-replication-settings-vmware

Figura 16: Creazione di una Replication Policy da associare al Configuration Server

Verranno create ed associate due Replication Policy: una per il Failover ed un’altra per il Failback, come mostrato in figura:

Figura 17: Creazione ed associazione delle Replication Policy

Completate la preparazione della vostra infrastruttura facendo clic sul pulsante OK.

Figura 18: Completamento della preparazione dell’infrastruttura

Replica dei server fisici

Per dichiarare quali sono i server fisici da replicare con Azure Site Recovery fate clic sulla scheda Step 1: Replicate Application e configurate il Source con i parametri inseriti in figura:

Figura 19: Configurazione del Source per la Replica

Configurate nel secondo passaggio il Target del Recovery, in particolar modo indicando lo Storage Account dove verranno salvati i dati dei server fisici e la rete virtuale dove collegare le macchine replicate in Azure.

Figura 20: Configurazione del Target in Azure Site Recovery

Nel terzo passaggio indicate quali sono i server fisici da replicare in Azure, indicando un nome, l’indirizzo IP e il tipo di sistema operativo, come mostrato in figura:

Figura 21: Scelta dei server fisici da replicare in Azure

Figura 22: Aggiunta dei server fisici da replicare in Azure

Dichiarate quale sarà l’account (che avete precedentemente creato sul Configuration Server) da utilizzare per l’installazione dell’agent di Mobility Service sulle macchine fisiche, e quali dischi del server fisico volete escludere dalla replica, come mostrato in figura:

Figura 23: Configurazione delle proprietà della replica, scelta dell’account per l’installazione del Mobility Service

L’ultimo passaggio vi chiede di confermare quale Replication Policy utilizzare per la replica dei server fisici scelti.

Figura 24: Replication Policy da utilizzare per la replica dei server fisici scelti

Completate lo Step 1: Replicate Application cliccando sul pulsante Enable Replication.

Figura 25; Completamento dello Step 1: Replicate Application e abilitazione della replica

Lo Step 2: Manage Recovery Plans consiste nella creazione di un Recovery Plan (o piano di ripristino), che permette di stabilire quali macchine devono essere avviate ed in quale ordine. Aggiungetene un nuovo Recovery Plan e configuratelo con i parametri richiesti, come mostrato in figura:

Figura 26: Creazione di un nuovo Recovery Plan

A questo punto il Configuration Server installerà il Mobility Service sui server fisici che avete deciso di migrare e abiliterà la replica della macchina. Potete anche installare manualmente il Mobility Service usando la procedura indicata dall’articolo https://docs.microsoft.com/it-it/azure/site-recovery/site-recovery-vmware-to-azure-install-mob-svc#install-mobility-service-manually-by-using-the-gui. Il file di installazione dell’agent si trova nel percorso C:\ProgramData\ASR\home\svsystems\pushinstallsvc\repository del Configuration Server.

Figura 27: Abilitazione della replica

Dopo circa 20 minuti dall’abilitazione, inizierà la replica dei dati verso Azure Site Recovery. Attendete che tutti i dati siano stati replicati visualizzando la scheda Replicated Items del vostro Azure Site Recovery Vault.

Figura 28: replica dei dati del server fisico completata

Failover Test

Per verificare che tutto funzioni correttamente è necessario testare il Failover della macchina virtuale presente in Azure. Cliccando su Replicated Items nel Recovery Service Vault dal portale di Azure, selezionate la macchina virtuale da testare e dal menù scegliete Test Failover, come mostrato in figura:

Figura 29: Test failover della macchina virtuale in Azure

Nel blade che vi si aprirà scegliete il Recovery Point da testare e la rete virtuale a cui collegare la VM di test. Cliccate su OK e attendete alcuni minuti fino a quando la VM di test non sarà stata creata.

Figura 30: Scelta del Recovery Point e della rete virtuale per il test del Failover

Collegatevi alla VM di test che è stata creata in Azure ed effettuate tutte le verifiche che ritenete necessarie per assicurarvi che la vostra macchina abbia tutti i dati e che funzioni correttamente. Al termine di tutte le procedure di controllo, sarà possibile effettuare il Cleanup test failover, che distruggerà la VM Azure di test che è stata creata.

Figura 31: Test failover Cleanup

Cliccando su Replicated Items nel Recovery Service Vault dal portale di Azure è possibile configurare le proprietà della macchina replicata. Potete scegliere il nome che verrà visualizzato in Azure, il Resource Group dove metterla, la dimensione della VM, la virtual network ed anche dargli un IP statico. Nel caso ne abbiate i diritti, attivate l’Hybrid Use Benefit, che vi permette un risparmio considerevole sulle licenze del sistema operativo. Maggiori informazioni sull’Hybrid Use benefit le trovate leggendo l’articolo https://docs.microsoft.com/it-it/azure/virtual-machines/windows/hybrid-use-benefit-licensing

Figura 32: Configurazione dei parametri della VM

Migrazione della macchina fisica in Azure

Per completare la migrazione della macchina fisica è necessario effettuare due passaggi: Failover e Complete Migration. Prima di eseguire un failover, eseguite sempre un failover di test per verificare che tutto funzioni come previsto. Maggiori dettagli sono disponibili leggendo l’articolo https://docs.microsoft.com/it-it/azure/site-recovery/site-recovery-failover

Figura 33: Failover della macchina fisica

Terminata la procedura di Failover ed dopo esservi accertati che tutto funzioni perfettamente, potete effettuare la procedura di Complete Migration. Il processo di migrazione viene completato, viene arrestata la replica della macchina virtuale e viene arrestata la fatturazione di Site Recovery per la macchina virtuale. D’ora in poi pagherete però l’esecuzione delle VM in Azure.

Figura 34: Completamento della migrazione

Conclusioni

Migrare i server fisici verso Azure è un’operazione molto semplice se viene effettuata con Azure Site Recovery. Per eseguire la migrazione di un server è sufficiente abilitare la replica del server ed eseguirne il failover in Azure. In questo modo l’intera macchina, con tutti i dati, viene migrata con un minimo downtime e senza impatto sull’infrastruttura e sulla produzione. Migrare i server fisici verso il Cloud non è mai stato così facile!

Migrazione di macchine virtuali VMware verso Microsoft Azure con Azure Site Recovery

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Azure Site Recovery è un servizio che permette di proteggere le nostre macchine virtuali automatizzandone la replica verso il Cloud. Le macchine che possono essere protette da Azure Site Recovery (ASR) possono essere fisiche, macchine virtuali VMware oppure macchine virtuali Hyper-V. Il compito di ASR è quello di coordinare e gestire la replica continua dei dati e automatizzare il ripristino dei servizi nel caso di un’interruzione nel data center primario.

Abbiamo visto nel precedente articolo Migrazione delle macchine virtuali VMware verso Microsoft Azure con l’utilizzo di Azure Migrate come il servizio Azure Migrate semplifica la migrazione delle macchine virtuali VMware vSphere verso il cloud Microsoft Azure e può fornirvi assistenza attraverso tutti passaggi necessari per poterla effettuare, dall’assessment alla migrazione vera e propria. Compito di questo articolo sarà quello di mostrarvi il passaggio successivo al discovery e all’assessment, cioè la migrazione vera e propria delle VM.

Utilizzeremo quindi Azure Site Recovery per migrare le nostre macchine virtuali VMware verso Azure.

Figura 1: Architettura della migrazione da VMware ad Azure

Figura 2: Processo di replica di macchine VMware verso Azure

Creazione del Recovery Service Vault

Il Recovery Service Vault è un’entità di archiviazione di Azure che ospita i dati e le configurazioni delle macchine virtuali. Per maggiori informazioni potete leggere l’articolo https://docs.microsoft.com/it-it/azure/backup/backup-azure-recovery-services-vault-overview

Per creare un nuovo Recovery Service Vault è sufficiente aprire il portale di Azure e, facendo clic su New, cercare Backup and Site Recovery (OMS). Inserite quindi il nome del vostro Vault, il Resource group da utilizzare e la location dove volete che venga creato, come mostrato in figura:

Figura 3: Creazione di n nuovo Azure Recovery Service Vault

Al termine della creazione del Vault vi apparirà la schermata mostrata in figura:

Figura 4: Creazione del Vault completata

Cliccate su Site
Recovery e successivamente su Prepare Infrastructure, indicando come primo passaggio qual è il vostro Protection Goal. Nel mio caso, voglio proteggere alcune macchine virtuali VMware in Azure.

Figura 5: Creazione del Protection Goal

Nel secondo passaggio vi verrà chiesto di scaricare e testare il Deployment Planner, che verificherà che abbiate banda a sufficienza e quanto storage servirà per soddisfare le vostre necessità. Questo strumento consente di profilare le virtual machine VMware senza alcun impatto sulla produzione e di determinare i requisiti di larghezza di banda e archiviazione di Azure per operazioni di replica e failover. Vi consiglio di approfondire questo argomento leggendo l’articolo https://docs.microsoft.com/it-it/azure/site-recovery/site-recovery-deployment-planner

Figura 6: Deployment Planning

Installazione del Configuration Server

Il terzo passaggio consiste nel dichiarare quale Configuration Server volete utilizzare in Site Recovery. Il Configuration Server funge da coordinatore tra i servizi di Site Recovery e l’infrastruttura locale (on-premises). Per i requisiti hardware e software del Configuration Server vi rimando all’articolo https://docs.microsoft.com/it-it/azure/site-recovery/site-recovery-vmware-to-azure-manage-configuration-server. Provvedete a scaricare la virtual appliance del server di configurazione (sono circa 16,5 GB) e ad importarla nella vostra infrastruttura VMware. Seguite tutte le istruzioni indicate nel blade del portale Azure:

Figura 7: Download della virtual appliance del Configuration Server

Figura 8: importazione della virtual appliance del Configuration Server

Dopo aver avviato il Configuration Server e configurato un account amministrativo, la virtual appliance verificherà la presenza della connessione Internet e vi chiederà di loggarvi con le credenziali per amministrare il Tenant Azure.

Figura 9: Connessione al Tenant di Azure

Dopo pochi minuti, il server si configurerà in Azure Active Directory e sarà necessario il riavvio della VM.

Figura 10: Configurazione del Server in Azure Active Directory

Dopo il riavvio potete loggarvi alla macchina ed in automatico vi si aprirà una pagina web per la gestione del Configuration Server. Nel caso non dovesse aprirsi, potete utilizzare il collegamento presente sul Desktop. Seguite le istruzioni riportate nella pagina web e configurate la scheda di rete che volete utilizzare per collegarvi ad Azure. Subito dopo vi verrà chiesto di selezionare il Recovery Services Vault da utilizzare.

Figura 11: Selezione del Recovery Services Vault

Il passaggio successivo consiste nell’installazione del software MySQL Community Server e VMware PowerCLI. Procedete all’installazione dei due software e confermate cliccando sul pulsante Continue.

Figura 12: Installazione del software aggiuntivo MySQL e PowerCLI

A questo punto l’appliance verifica che le proprie configurazioni siano corrette (spazio libero sul disco, IP statico, memoria del sistema, ecc.), come mostrato in figura:

Figura 13: Verifica della configurazione della virtual appliance

Per poter effettuare la connessione al vCenter è necessario fornire le credenziali di accesso, che dovrete aggiungere a questo punto della configurazione, come mostrato in figura:

Figura 14: Aggiunta delle credenziali di accesso al vCenter

Per installare Azure Site Recovery mobility service all’interno delle VM è necessario fornire delle credenziali amministrative. Il servizio mobility di Azure Site Recovery acquisisce i dati da una macchina virtuale VMware o da un server fisico e le inoltra al Process Server (che è installato nella stessa macchina del Configuration Server). Per maggior informazioni su questo servizio vi rimando alla lettura dell’articolo https://docs.microsoft.com/it-it/azure/site-recovery/site-recovery-vmware-to-azure-install-mob-svc

Figura 15: Inserimento delle credenziali amministrative delle VM da proteggere

A questo punto non resta altro da fare che cliccare sul pulsante Finalize configuration. La configurazione dura alcuni minuti.

Figura 16: Configurazione del server completata

Completamento della preparazione dell’infrastruttura

Tornate nel pannello di Microsoft Azure Site Recovery e continuate la configurazione del Source. Vi appariranno sia il Configuration Server che avete appena installato e configurato, sia il vCenter che avete indicato nel wizard di configurazione, come mostrato in figura:

Figura 17: Selezione del Configuration Server e del vCenter

Il passaggio 4 consiste nel configurare il Target, cioè lo Storage Account dove volete replicare le VM e la Network a cui volete collegarle. È possibile anche creare di nuovi, se quelli già esistenti non soddisfano le vostre esigenze.

Figura 18: Preparazione del Target

Completate la parte di preparazione dell’infrastruttura creando una nuova Replication
policy e associandola al vostro Configuration Server. La Replication Policy stabilisce la frequenza di replica delle vostre VM on-premises. Maggiori informazioni sono disponibili al link https://docs.microsoft.com/it-it/azure/site-recovery/site-recovery-setup-replication-settings-vmware

Figura 19: Creazione ed associazione delle Replication Policy

Dopo pochi minuti, vedrete apparire nel portale di Azure le diverse policy che vengono create. Terminate la configurazione cliccando su OK.

Figura 20: Preparazione dell’infrastruttura completata

Abilitare la replica delle VM

Per abilitare la replica delle VM è sufficiente fare clic su Step1:
Replicate Application e seguire le indicazioni contenute nel blade che si aprirà. Configurate come prima cosa il Source Environment, completando le informazioni come mostrato in figura:

Figura 21: Definizione del Source Environment

Nel Target Setting for Recovery inserite la sottoscrizione da utilizzare, lo storage account in cui inserire le VM replicate, la virtual network da utilizzare e gli altri parametri richiesti.

Figura 22: Configurazione dei Target Settings per la replica delle VM

Selezionate nel passaggio 3 le macchine virtuali on-premises da replicare, come mostrato in figura:

Figura 23: Selezione delle VM da replicare

Indicate quali credenziali utilizzare per l’installazione degli agent di Azure e, se la VM ha più dischi, decidete quali dischi escludere dalla replica.

Figura 24: Configurazione delle proprietà delle VM

Terminate a questo punto l’abilitazione della replica configurando nell’ultimo passaggio la Replication Policy da utilizzare e scegliendo se volete raggruppare le macchine, in modo tale che vengano replicate tutte insieme, per assicurare la consistenza delle applicazioni nel caso in cui queste utilizzino macchine diverse. Nel mio caso ho una webapp che usa due webserver di frontend ed un database server di backend e quindi voglio che siano replicati insieme verso Azure.

Figura 25: Configurazione del Replication Settings e dei Replication Groups

Non vi resta a questo punto che monitorare la prima replica delle vostre VM on-premises. Selezionate il nodo Replicated Items dal portale di Azure e controllate lo stato di sincronizzazione delle macchine virtuali.

Figura 26: Monitoraggio delle repliche delle VM

Nel caso di errori cliccate sulla VM e cercate di individuarne i motivi. Nella schermata sotto è indicato uno dei probabili avvisi o errori che vi possono apparire:

Figura 27: Warning sulla Replica di una VM

Creazione del Recovery Plan

Il Recovery Plan (o piano di ripristino) permette di stabilire quali macchine devono essere avviate ed in quale ordine. Cliccate su Step 2: Recovery Plans e aggiungetene uno nuovo, configurandolo con i parametri richiesti:

Figura 28: Creazione di un Recovery Plan

Una volta che il Recovery Plan è stato creato potete personalizzarlo a vostro piacimento, raggruppando le macchine virtuali da avviare insieme, come mostrato in figura:

Figura 29: Personalizzazione del Recovery Plan

Test del Failover

Una volta che avete terminato la replica di tutte le macchine virtuali potrete provare a testare il Failover delle VM in Azure. Cliccando su Overview nel Recovery Service Vault dal portale di Azure, potrete avere un’idea di come sia configurata la vostra infrastruttura e informazioni sullo stato di replica delle vostre VM.

Figura 30: Overview della vostra infrastruttura di replica in Azure

Cliccate sul vostro Recovery Plan e successivamente sul pulsante Test failover. Dal blade che vi si aprirà scegliete il Recovery Point da testare e scegliete la virtual network Azure a cui collegare le VM di test che verranno create. Vi consiglio di utilizzare una VNET di test, in modo tale da non avere problemi.

Figura 31: Failover Test del Recovery Plan

A questo punto verranno create delle macchine di test nel vostro Tenant Azure. Collegatevi alle macchine in Desktop remoto e verificate che tutto funzioni correttamente.

Figura 32: Failover test avviato per il Recovery Plan scelto

Figura 33: Site recovery job e dettagli delle operazioni

Al termine di tutte le procedure di controllo, sarà possibile effettuare il Cleanup test failover, che distruggerà tutte le VM Azure di test che sono state create.

Figura 34: Lancio del Cleanup test failover

Figura 35: Dettaglio delle operazioni del Cleanup test failover

A questo punto avete completato tutte le operazioni per la protezione delle VM on-premises in Azure. Con questo tipo di configurazione Azure è diventato il vostro sito di Disaster Recovery e lo potrete utilizzare nel caso non sia possibile utilizzare il Datacenter principale.

Migrazione

Se il vostro obiettivo è invece migrare le macchine VMware on-premises, allora basterà dichiarare il Failover e lasciare che le macchine vengano avviate in Azure. Prima di effettuare questa operazione assicuratevi che ogni macchina sia configurata con le dimensioni corrette, con la VNET corretta e, nel caso ne abbiate i diritti, attivate l’Hybrid Use Benefit, che vi permette un risparmio considerevole sulle licenze del sistema operativo.

Figura 36: Configurazione di ogni singola macchina virtuale

Cliccate sul vostro Recovery
Plan e dichiarate il Failover, come mostrato in figura:

Figura 37: Failover dei Recovery Plan

Scegliete il Recovery Point da utilizzare per il Failover e, nel caso, selezionate la casella per spegnere le macchine virtuali on-premise prima del Failover, in modo tale da avere una situazione consistente. Se scegliete Latest (lowest RPO) verrà scelto il Recovery Point più recente e verranno sincronizzate le ultime modifiche apportate alla VM on-premises.

Figura 38: Scelta del Recovery Point del Failover

Il processo di Failover creerà le nuove macchine virtuali nel vostro tenant Azure, secondo le caratteristiche che avete definito precedentemente.

Figura 39: Esecuzione del Failover e dettaglio delle operazioni

Terminate tutte le operazioni, le macchine virtuali saranno create nel vostro Tenant Azure e saranno visibili nel Resource Group di destinazione che avete scelto.

Figura 40: Macchine virtuali accese nel Resource Group di Azure di destinazione

Effettuate l’ultima operazione, che consiste nell’eseguire, per ogni singola VM, il Complete
Migration. Nella finestra che vi si aprirà confermate con OK. Dopo alcuni minuti la migrazione sarà terminata!

Figura 41: Esecuzione del comando Complete migration su ogni VM

Figura 42: Conferma della migrazione per ogni singola VM da migrare ad Azure

NOTA: la macchina virtuale in Azure avrà un indirizzo IP dinamico nella VNET che avete scelto. Assicuratevi, nel caso ne abbiate bisogno, di mettere un indirizzo IP statico. Per maggiori informazioni sulla procedura corretta vi rimando all’articolo https://docs.microsoft.com/en-us/azure/virtual-network/virtual-network-network-interface-addresses

Per completare la migrazione potete cancellare il Recovery Service Vault. Seguire tutte le indicazioni contenute nell’articolo https://docs.microsoft.com/en-us/azure/site-recovery/delete-vault

Figura 43: Cancellazione dell’Azure Recovery Vault

Conclusioni

Azure Site Recovery è sicuramente uno strumento potente per effettuare il Disaster Recovery delle nostre macchine virtuali VMware o dei nostri server fisici e può essere facilmente utilizzato per poter effettuare una migrazione verso il cloud Azure. Microsoft si è impegnata molto per fornire alle aziende strumenti utili a valutare la migrazione delle VM on-premises con lo strumento Azure Migrate https://www.ictpower.it/sistemi-operativi/migrazione-delle-macchine-virtuali-vmware-verso-microsoft-azure-con-lutilizzo-di-azure-migrate.htm e offrire la possibilità di migrarle facilmente con Azure Site Recovery.

PowerShell Core 6.0: una nuova era ha inizio

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Da qualche giorno è disponibile una nuova versione di Windows PowerShell, giunta ormai alla sesta versione. La grande novità risiede nell’introduzione della versione Core, che ha l’obiettivo di portare l’utilizzo della shell Microsoft su tutti […]

Barcellona abbandona Microsoft in favore di Linux e dell’Open Source

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Dopo il tentativo (purtroppo fallito) della città di Monaco, questa volta è il turno di Barcellona.

L’amministrazione cittadina ha rilasciato una roadmap che prevede, prima dell’estate 2019, di reindirizzare il 70% del proprio budget IT su software open source, abbandonando la piattaforma Microsoft ed, in generale, il software proprietario. La migrazione avverrà parallelamente in due parti: dando in outsourcing ad aziende locali i progetti IT ed assumendo 65 nuovi sviluppatori per scrivere i software ad uso specifico della città. Uno dei progetti più grossi che avrà vantaggi da entrambe queste attività è la creazione di un portale online in cui le piccole aziende potranno visualizzare e prendere parte ai bandi pubblici.

Inoltre abbiamo un cambio di sistema operativo: Barcellona opta per sistemi Ubuntu, scelta fatta a seguito di un progetto pilota (già in atto) che ha portato ad avere 1000 desktop basati su Ubuntu ad uso dell’amministrazione; con questa scelta verranno sostituiti anche i software utilizzati nella città, dal passaggio ad Open-Xchange al posto di Exchange Server, all’uso di Firefox come alternativa ad Explorer ed, ovviamente, LibreOffice a sostituzione di Microsoft Office.

Tantissima carne al fuoco, quindi, ma tutto questo porta un primato alla città spagnola: la prima a far parte della campagna “Public Money, Public Code” (‘Soldi pubblici, codice pubblico’) promossa dalla Free Software Foundation of Europe a seguito di una lettera aperta in cui affermava che il software sviluppato utilizzando soldi pubblici dovrebbe anch’esso essere pubblico.

Ovviamente, il motivo economico c’è sempre: se questa migrazione dovesse completarsi e dare buoni risultati, non solo l’amministrazione di Barcellona risparmierebbe parecchio denaro in licenze proprietarie, ma il codice da lei utilizzato e sviluppato potrebbe essere riutilizzato da altre municipalità, andando ad abbattere i costi a livello nazionale.

Siamo curiosi di sapere come andrà avanti la questione, sicuramente il lavoro da fare non è poco, ma la speranza è che un successo possa creare un precedente che, si sa mai, magari potremmo importare qui da noi.

Migrazione delle macchine virtuali VMware verso Microsoft Azure con l’utilizzo di Azure Migrate

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Pochi mesi fa è stato annunciato un nuovo servizio chiamato Azure Migrate https://azure.microsoft.com/it-it/blog/announcing-azure-migrate/

Obiettivo di questo servizio è semplificare la migrazione delle macchine virtuali VMware vSphere verso il cloud di Microsoft Azure e di fornirvi assistenza attraverso tutti passaggi necessari per poterla effettuare, dall’assessment alla migrazione vera e propria. Dopo aver individuato le informazioni sulle macchine virtuali VMware ospitate nel Datacenter locale (utilizzo di CPU e memoria, dimensioni del disco e connessione alle diverse reti), sarà possibile ottenere consigli sul corretto dimensionamento delle risorse cloud (come ad esempio la dimensione della VM ospitata in Azure), in modo tale da avere un maggior controllo sui costi di migrazione in base ad un utilizzo efficiente della VM in Azure.

Dopo aver eseguito una valutazione della propria infrastruttura on-premises con Azure Migrate, sarà possibile quindi iniziare la migrazione delle macchine virtuali locali verso Azure, utilizzando i servizi messi a disposizione da Microsoft, come ad esempio Azure Site Recovery e Azure Database Migration Service.

Azure Migrate consente quindi di:

  • Valutare l’idoneità per Azure: valutare se le VM on-premises possono essere eseguite in Azure.
  • Ottenere informazioni sulle dimensioni consigliate: ottenere informazioni per dimensionare correttamente le VM in Azure in base alla cronologia delle prestazioni delle macchine virtuali on-premises.
  • Stimare i costi mensili: ottenere una stima dei costi per l’esecuzione delle VM in Azure.
  • Facilitare la migrazione: visualizzare le dipendenze delle VM on-premises per creare gruppi di VM di cui eseguire la migrazione insieme.

Figura 1: Principio di funzionamento di Azure Migrate

Per cominciare a familiarizzare con questo nuovo strumento potete collegarvi al portale di Azure e cercare Azure Migrate. Attualmente la funzionalità è in Preview.

Figura 2: Ricerca della funzionalità di Azure Migrate (Preview) nel portale di Azure

Cliccate sul pulsante Create e iniziate un nuovo progetto di migrazione, inserendo tutti i parametri richiesti, come mostrato in figura. Attualmente è possibile creare un progetto Azure Migrate solo nell’area Stati Uniti centro-occidentali (West Central US). Ciò non impedisce, tuttavia, di pianificare una migrazione per una diversa regione di Azure di destinazione e quindi ad esempio eseguire le macchine virtuali in West Europe. La località del progetto di migrazione viene usata solo per l’archiviazione dei metadati individuati nell’ambiente on-premises e che serviranno successivamente a definire il progetto.

Figura 3: Creazione del nuovo progetto di migrazione

La prima operazione da effettuare consiste nel “Discover & Assess“, che si compone essenzialmente di due fasi: Il primo step consiste nell’individuare quali sono le macchine virtuali VMware presenti nella propria infrastruttura, mentre il secondo step consiste nel creare un assessment. È possibile individuare fino a 1000 VM in una singola individuazione (discover) e fino a 1500 VM in un singolo progetto. È inoltre possibile valutare fino a 400 VM in una singola valutazione (assess).

Figura 4: Discover e Assess – Schermata iniziale per l’avvio delle due fasi

Figura 5: Prima fase – Individuazione dell’ambiente on-premises e delle VM VMware

Dopo aver cliccato sul pulsante “Discover machines” vi verrà presentata una pagina con 4 passaggi da effettuare. Azure Migrate usa una VM da far girare on-premises (una appliance) con a bordo un agente che si occuperà di raccogliere ed individuare i computer on-premises. Per utilizzare l’appliance, scaricate il file di installazione in formato Open Virtualization Appliance (con estensione OVA) e importatelo come macchina virtuale nel server vCenter locale.

Figura 6: Download della virtual appliance di Azure Migrate

Figura 7: importazione della virtual appliance di Azure Migrate nel vCenter locale

Figura 8: Schermata finale prima dell’importazione dell’appliance di Azure Migrate

  1. Terminata l’importazione dell’appliance, procedete al suo avvio e configuratela. L’appliance è una macchina virtuale con Windows Server 2012 R2 e sul desktop troverete un link chiamato “Run Collector” che farà partire l’agente di raccolta che si occuperà dell’individuazione delle VM on-premises. L’agente di raccolta raccoglie i metadati delle VM usando cmdlet di VMware PowerCLI. L’individuazione non comporta installazioni nelle VM o negli host VMware e i metadati raccolti includono informazioni sulle VM come numero di core, quantità di memoria, numero di dischi, dimensioni dei dischi e schede di rete. Vengono anche raccolti dati sulle prestazioni delle VM, tra cui utilizzo di CPU e memoria, operazioni di I/O al secondo e velocità effettiva (in MBps) dei dischi e output di rete (in MBps).

Figura 9: Installazione dei prerequisiti del Collector di Azure Migrate

Figura 10: Connessione al vCenter da parte del Collector di Azure Migrate

Dopo aver terminato l’installazione dei prerequisiti ed esservi connessi al VMware vCenter on-premises, inserite il Project ID e la Project Key che sono stati generati durante la creazione del progetto di Azure Migrate e che sono disponibili sul portale di Azure, come mostrato in figura:

Figura 11: Inserimento dei dati del progetto di migrazione

A questo punto comincerà l’individuazione delle vostre macchine virtuali, che potrebbe durare qualche minuto (dipende dal numero delle VM che avete on-premises).

Figura 12: Raccolta delle informazioni da parte del Collector di Azure Migrate

Dopo alcuni minuti, potrete tornare nel portale Azure e visualizzare un messaggio che vi avvisa che l’individuazione delle VM è terminata e che è possibile passare alla seconda fase, quella dell’assessment.

Figura 13: Discover delle VM on-premises completato

Il processo di individuazione può essere ripetuto anche diverse volte, cliccando su Discover
machines e seguendo le istruzioni riportate nel blade, come mostrato in figura:

Figura 14: Ripetizione del processo di individuazione delle VM on-premises

Creazione dell’assessment

Un assessment è un gruppo di macchine virtuali che devono essere migrate insieme. Nel mio caso ho bisogno di migrare una WebApp composta da un database di backend e da due web server di frontend. Dal portale di Azure cliccate quindi sul vostro progetto di migrazione e sul pulsante “Create assessment“. Nella schermata che vi si aprirà date un nome al gruppo di macchine da migrate (nel mio caso l’ho chiamato WebApp) e selezionate le VM da migrare, come mostrato in figura:

Figura 15: Creazione del gruppo di macchine da migrare (assessment)

Cliccando sull’assessment appena creato potrete avere una Overview delle informazioni che sono state raccolte dall’appliance di Azure Migrate. In particolar modo potrete vedere tutte le macchine virtuali che possono essere migrate ad Azure senza problemi ed il loro costo mensile stimato, sia per il computing che per lo storage. Facendo clic su Edit properties avrete anche la possibilità di modificare alcuni parametri, come ad esempio la Region di destinazione ed il tipo di valuta.

Figura 16: Overview dell’assessment

Nella Azure readiness potrete anche avere un dettaglio delle diverse VM da migrare con la dimensione che dovranno avere le rispettive macchine Azure.

Figura 17: Azure readiness delle VM on-premises

Per sapere qual è il modo migliore di migrare le vostre macchine virtuali (che apparirebbe nella colonna SUGGESTED TOOL) è necessario installare un agente nelle VM on-premises. L’agente vi aiuterà anche a valutare le diverse dipendenze tra le VM. Per maggiori informazioni fate riferimento alla pagina https://docs.microsoft.com/it-it/azure/migrate/how-to-create-group-machine-dependencies#prepare-machines-for-dependency-mapping

Figura 18: dettaglio dei costi per ogni singola VM

È anche possibile esportare l’assessment in formato Excel, per avere una reportistica dettagliata, come mostrato in figura:

Figura 19: Esportazione dell’assessment in formato Excel

Migrazione delle macchine virtuali VMware verso Azure

Adesso che avete completato l’individuazione delle VM on-premises e avete valutato il vostro ambiente, siete pronti per migrare verso il Cloud. Per poterlo fare potete utilizzare lo strumento Azure Site Recovery e seguire i passaggi descritti nell’articolo https://www.ictpower.it/guide/protezione-delle-macchine-virtuali-vmware-e-dei-server-fisici-con-azure-site-recovery.htm

Conclusioni

Il servizio Azure Migrate vi permette di individuare le macchine virtuali VMware idonee per la migrazione verso il cloud Azure e vi fornisce degli strumenti di analisi che vi daranno anche la possibilità di stimare i costi di mantenimento della vostra infrastruttura. Se volete esercitarvi con questo nuovo strumento, che per il momento è ancora in Preview, potete utilizzare questo Laboratorio pratico su Azure Migrate. Interessante è anche il video Migrating to Azure using Azure Migrate and Azure Site Recovery – BRK3243 , registrato durante la conferenza Ignite 2017.