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In arrivo due nuovi OS per Raspberry Pi Model B+

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Buone novelle per i possessori di Raspberry che avranno a disposizione due “nuove” distro per lo loro board: Alpine e Raspbian.

Da oggi la versione 3.8.0 di Alpine supporterà ufficialmente i Raspberry Pi 3 Model B+. Nonostante in passato fosse stato possibile, per qualche tempo, utilizzare Alpine sui Pi 2, questa versione è la prima che ne introduce il supporto e la prima che offre anche un immagine arm64 (aarch64).

Alpine 3.8.0 include diversi aggiornamenti tra cui:

  • Supporto a Pi Go 1.10;
  • Supporto LTS per Node.js;
  • Kernel Linux 4.14;
  • OpenRC come sistema di init invece di systemd.

Novità anche per quanto riguarda Raspbian, la rinomata distro basata su Debian e specificatamente pensata per Raspberry.

Simon Long, uno degli sviluppatori, ha spiegato che è stato notevolmente semplificato il primo avvio di una nuova immagine di Raspbian che ora propone un comodo wizard che guida nella configurazione anche gli utenti meno esperti.

Sanata anche la piaga del bloatware particolarmente evidente su Raspbian; ora i software potenzialmente inutili per molti utenti sono stati relegati in una sorta di “store”, sotto la voce Recommended e saranno installabili comunque con un semplice click.

Pronti a testarle su uno dei vostri n Raspini?

SUSE Linux Enterprise 15 sarà un OS modulare

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La scorsa settimana è stata annunciata la nuova versione di SUSE Linux Enterprise (SLES) basata sul kernel 4.12 e che supporta un range di hardware ancora piu ampio, come as esempio i nuovi processori AMD ed Intel, SOC ARM (funziona anche su Raspberry Pi 3 Model B) e NVDIMM. Inoltre, il codice su cui è basata è uguale in tutti i flavor della distrubuzione.

L’ultima major release di SLES risale al 2014 (versione 12) e l’ultimo Service Pack (SP3) è stato rilasciato nel Settembre dello scorso anno. Questi tempi biblici (informaticamente parlando) per il rilascio di nuove versioni sono dovuti dal fatto che SLES è indirizzata quasi esclusivamente al mondo corporate dunque stabilità e supporto devono essere pressoché perfetti.

SLES non sarà disponibile prima di metà Luglio ma SUSE Manager 3.2, software che serve a gestire simultaneamente la configurazione di piu sistemi, è già disponibile ed include:

  • Spacewalk 2.8, l’ultima che verrà utilizzata per SUSE Manager. Dalle prossime la gestione verrà affidata a Uyuni;
  • Framework Formulas with Form migliorato per gestire anche parametri di configurazione più complessi, dal partizionamento, alla gestione degli utenti, ai servizi infrastrutturali;
  • Supporto alle immagini KIWI per la creazione di di immagini Linux installabili e macchine virtuali.

Rinnovate anche le partnership con Fujitsu e Lenovo per l’utilizzo di SLES per applicazioni SAP, mainfraime, high-performance computing ed altre applicazioni enterprise basate sulla piattaforma Linux.

A differenza dei colleghi di Fedora che hanno dovuto rinunciare, per questo giro almeno, alla release di una versione server modulare, SLES introduce la modularità.

Tutto è pensato per semplificare la gestione di ambienti “misti” che includono parti sviluppate con infrastruttura tradizionale e altre con infrastrutture software-defined (SDI) ovvero quelli in cui tutte le componenti sono virtualizzate e messe a disposizione delle applicazioni.

Come sempre, l’OS resta privo di costi. La cosa su cui punta SUSE è ovviamente la sottoscrizione ai canali di supporto.

Fun fact: le versioni 13 e 14 sono state volutamente saltate perché quei due numeri, rispettivamente nella cultura occidentale ed in quella cinese, portano sfortuna!

Tedeschi superstiziosi…

Stallman su Azure Sphere OS di Microsoft: un passo positivo. Aspetta un attimo…

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Che sia destinato a cadere anche l’ultimo muro? Abbiamo già parlato di Azure Sphere OS, ila “distribuzione” Microsoft basata su Linux e destinata ai device IoT e soprattutto al fatto che questo prodotto sia basato su un Kernel Linux. La questione, inedita di per sé, ha shockato l’ambiente IT in quanto ha segnato il crollo dell’ultima barriera di separazione tra Microsoft e Linux. Ormai il terreno di azione è esattamente lo stesso, e per chi è cresciuto a pane e Steve Ballmer la questione non potrà mai essere liquidata con un semplice “è un segno dei tempi che si evolvono”.

Figurarsi quando poi si legge dell’intervista che Linux Magazine ha fatto a Richard Stallman nella quale il padre fondatore della Free Software Foundation, imbeccato sul nuovo prodotto Microsoft, afferma candidamente:

That’s good. That program is free software. It’s released under a free software license I wrote, which requires redistributors to respect the freedom of users and Microsoft is even going to respect the users freedom with regards to that particular program. Well, I’m glad about that.

E’ una cosa positiva. Quel programma è free software. E’ rilasciato sotto la licenza free software che io ho scritto, che impone a chi la distribuisce di rispettare la libertà degli utenti e Microsoft sarà tenuta a rispettare la libertà degli utenti per questo specifico prodotto. Quindi, sì, sono felice di questa cosa.

Come dare torto al buon Richard del resto: i fondamenti del prodotto lo rendono a tutti gli effetti free software pertanto Microsoft dovrà attenersi ai dettami della FSF in materia. E’ vero che poi l’intervista continua con qualche critica mossa da Stallman per l’uso del termine “open source” all’interno del prodotto, a suo dire inserito per rendere più accettabile alle aziende l’utilizzo di licenze copyleft, ma il fatto rimane: Microsoft ha fatto qualcosa e Richard Stallman se ne è detto felice.

Se non è un segno dei tempi che si evolvono questo, cos’altro lo può essere?

Google e l’OS color Fuchsia

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Che Google abbia sempre qualche cosa in sviluppo, valutazione o sperimentazione è indubbio. Spesso questi progetti sono anche pubblici, ma senza pubblicità che attiri l’attenzione.

Da un paio d’anni ha in sviluppo Fuchsia, un nuovo sistema operativo costruito in casa fin dal kernel, chiamato Zircon. In questi anni ogni tanto è apparso qualche riferimento, ma è rimasto sconosciuto lo scopo, il perché sviluppare un altro sistema operativo. Lo è tutt’ora, ma adesso abbiamo qualche dettaglio su cosa sia Fuchsia, e in cosa si differenzi da quanto già visto.
Google ha infatti pubblicato la documentazione, chiamata The Book.

Fuchsia is not Linux

Fuchsia non è Linux

Le prime parole del documento (nonché il titolo del primo paragafo) servono ad affermare una cosa non ovvia, di questi tempi: il nuovo sistema operativo non è in alcun modo basato su Linux. Fuchsia ha un kernel suo e programmi suoi, tutto fatto in  casa.
Un sistema operativo è formato da almeno due parti: il kernel, che si occupa di gestire l’hardware, ed i programmi base, che danno istruzioni al kernel. Le varie distribuzioni Linux (di cui così spesso parliamo) sono una combinazione del kernel Linux e dei programmi GNU (tanto che sarebbe corretto riferirsi sempre a sistemi GNU/Linux).
Come visto quando abbiamo parlato di Meltdown, lo spazio di memoria assegnato al kernel è separato da quello dei programmi, ed anche quello che può fare il kernel è diverso: dovendo gestire l’hardware, il kernel può mandare dei comandi ai dispositivi, mentre i programmi devono usare il kernel.

Tutto in userland

Leggendo la documentazione salta all’occhio come molte funzioni, che normalmente vediamo parte del kernel (al massimo come modulo da caricare), in Fuchsia siano processi (chiamati servizi) che girano nello spazio utente.
Per esempio, per accedere ad un file normalmente viene chiamato un programma che individua il file in un filesystem (caricato nel kernel), il quale usa un driver (caricato nel kernel) per leggere i dati memorizzati fisicamente sul disco.
In Fuchsia succede una cosa molto simile, ma non identica: un programma chiede il file ad un filesystem (che è un servizio, ovvero un altro programma), il quale chiede informazioni ad un driver (che è un altro servizio) per dare le istruzioni al kernel che legge fisicamente i dati dal disco; la catena di comunicazioni quindi procede a ritroso: il driver comunica il risultato al filesystem che comunica la disponibilità o meno dei dati al programma richiedente.

Scambio messaggi, non dati

Normalmente filesystem e driver devono essere scritti nello stesso linguaggio del kernel, e ne devono condividere le strutture dati visto che usano direttamente quei dati. Questo porta ad uno svantaggio: ad ogni aggiornamento della struttura dati del kernel, il modulo deve essere ricompilato e/o in parte riscritto, per adeguarsi ai cambiamenti.
In Fuchsia i componenti sono programmi a sé stanti che comunicano tra di loro con un protocollo standard: qualunque programma, scritto con qualsiasi linguaggio, sia in grado di comunicare con quel protocollo (chiamato RemoteIO) può svolgere quel compito. Questo vuol dire anche che l’aggiornamento di uno di questi componenti (kernel, filesystem o driver) non implica l’aggiornamento di tutti, e le modifiche di funzionamento o rappresentazione dei dati interno non coinvolge gli altri componenti.

A chi è destinato tutto questo?

Non ci dilungheremo oltre sulle caratteristiche tecniche, che sono peraltro ben approfondibili grazie proprio al Libro di Google. Aggiungiamo solo che l’architettura sembra studiata per avere nativamente certe caratteristiche:

  • un alto livello di sicurezza: ogni processo è indipendente e potrebbe aver accesso solo allo stretto necessario;
  • multipiattaforma: il (micro)kernel e la modularità dei servizi permetterà di avere solo i componenti necessari su hardware embedded, mentre più generale e completo su altri tipi di hardware; inoltre, grazie al sistema a servizi non si è legati ad un linguaggio specifico;
  • facilità di manutenzione: l’aggiunta, l’aggiornamento o la rimozione di un servizio sono istantanei e indipendenti dagli altri.

Queste caratteristiche fanno pensare ad un uso che spazia dai pc ai telefonini, tanto che qualcuno ha già ipotizzato possa essere il futuro sostituto di Android e ChromeOS.
Noi crediamo sia semplicemente un po’ troppo presto per dirlo: il sistema è ad uno stadio di esercizio di stile, non ancora definibile nemmeno come versione Alpha (in cui le funzionalità base sono state implementate), quindi per poter valutare cosa effettivamente sia e dove potrebbe avere senso usare Fuchsia ci vorranno ancora anni.

In compenso, ci fa molto piacere che esista, e che si stia sviluppando tanto velocemente, un’alternativa. Opensource, naturalmente.