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Critiche a Canonical per la scelta del Kernel 4.15 (non LTS) in Ubuntu 18.04 (LTS)

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Considerando che l’uscita di Ubuntu 18.04 LTS ( Long Term Support ) si sta avvicinando, parliamo oggi di un importante novità oltre a quelle già citate: la versione del Kernel. Canonical ha infatti confermato che il cuore della nuova distribuzione di Ubuntu sarà il Kernel 4.15 e non, come detto inizialmente, la versione 4.14.

L’annuncio di questa notizia ha suscitato qualche critica, infatti l’adozione di un kernel non longterm maintenance (qui una panoramica delle Kernel release disponibili) in una distribuzione LTS non è certamente una scelta usuale. La discrepanza tra il kernel predefinito e la distribuzione sarà nel lungo termine notevole: Ubuntu 18.04 LTS rispetterà il supporto attivo per 5 anni, mentre il kernel riceverà gli aggiornamenti di sicurezza per un tempo inferiore ai 2 anni.

Il motivo di questa scelta è relativo alle tempistiche, in quanto deve essere stabilito quale sarà la versione del prossimo kernel LTS disponibile, e sicuramente non sarà disponibile prima del rilascio di tale distribuzione.

Ma dall’altro lato della medaglia, ecco quali sono stati i principali motivi della scelta:

  • Le Patch per Spectre e Meltdown sono già incluse
  • Supporto per i processori AMD Raven Ridge
  • Rilevazione delle temperature sui processori Ryzen e sulle schede AMD Radeon
  • Supporto ai driver open source

Le date di uscita dovrebbero essere le seguenti:

  • 8 marzo: Prima versione beta
  • 5 aprile: Versione beta finale
  • 19 aprile: Rilascio finale
  • 26 aprile: Rilascio della prima versione stabile

A breve quindi si potranno effettuare i primi test sull versione beta. Restate sintonizzati!

Ubuntu 18.04 avrà un nuovo installer (testuale)

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Ormai vicini al definitivo rilascio della nuova versione LTS di Ubuntu, abbiamo ancora qualche notizia – e novità.

In questo caso parliamo dell’installer, ovvero di quel programma, usato solo una volta, con il preciso scopo di installare il sistema operativo in un computer vergine (sia fisico o virtuale). Ubuntu, da molto tempo ormai, ha una sua versione grafica chiamata Ubiquity, ma che – per l’appunto – necessita il caricamento di tutto l’ambiente grafico (per esempio il server X): soprattutto in ambito enterprise, e su macchine virtuali dedicate ad applicazioni server, questo è semplicemente inutile, e spesso questo tipo di installazione richiede più risorse di quante poi il server dovrà usare in produzione.

Per questo esiste – da sempre – anche un installer testuale, che richiede meno risorse; e storicamente questo installer è proprio quello di Debian (da cui Ubuntu comunque deriva); con  la nuova release non solo sarà disponibile un nuovo installer testuale, che sostituisca quello di Debian, ma sarà anche quello attivato di default per la versione server, e si chiamerà Subiquity (Server Ubiquity).

Nel post di annuncio possiamo trovare alcune schermate, che mostrano un’interfaccia semplice ma efficace – e con il color arancione tanto tipico di Ubuntu.




La novità è piccola e riguarda un numero molto ristretto di utenti, ma rappresenta la continua volontà di Canonical di avere un sistema completamente autonomo e sviluppato in casa, anche nei programmi di supporto. Sempre che questa volontà di far da sé non si risolva in una bolla come Unity

Ubuntu inizierà a collezionare dati dagli utenti

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Con l’arrivo di Ubuntu 18.04 LTS, previsto per fine Aprile di quest’anno, abbiamo già avuto modo di vedere come diverse novità arriveranno sui computer degli affezionati della distribuzione di Canonical.

Dall’abbandono di Unity in favore di GNOME, alla probabile presenza di default del sistema di pacchetti Snap, alla scelta di continuare con X.org invece di passare a Wayland, i sistemi forniti da Shuttleworth vedranno diversi cambiamenti, speriamo in meglio.

Una delle “feature” che però sta facendo storcere il naso a molti è stata data in questi giorni sulla mailing list ufficiale da Will Cooke, membro del team desktop di Ubuntu:

We want to be able to focus our engineering efforts on the things that matter most to our users, and in order to do that we need to get some more data about sort of setups our users have and which software they are running on it.

Vogliamo essere in grado di concentrare il nostro effort ingegneristico sulle cose che sono più importati per i nostri utenti, e per fare questo dobbiamo prendere più informazioni riguardo il tipo di installazioni che i nostri utenti hanno e quali software eseguono su di esse.

La soluzione su come questo probabilmente verrà fatto è dichiarata subito dopo:

We would like to add a checkbox to the installer, exact wording TBD, but along the lines of “Send diagnostics information to help improve Ubuntu”. This would be checked by default.

Vogliamo aggiungere una spunta all’installer, con testo ancora da definire in maniera definitiva, ma che sarà simile a “Invia informazioni diagnostiche per aiutare a migliorare Ubuntu”. Questo sarà selezionato di default.

L’idea è quindi chiara: avere un sistema di default (ma con possibilità di fare opt-out) che prende dati dai computer e li manda a Canonical, con lo scopo di analizzare l’uso dei sistemi Ubuntu e di quello che ci si installa sopra.

Ma quali sono questi dati? Tra quelli che spiccano di più abbiamo:

  • Versione e customizzazione (flavour) di Ubuntu
  • Informazioni sull’hardware (CPU, RAM, dimensione disco, risoluzione schermo, informazioni sulla GPU e sul produttore dell’hardare)
  • Posizione geografica del sistema (basandosi su quanto selezionato in fase di installazione dall’utente)
  • Informazioni sull’installazione (tempo impiegato, installazione degli update in fase di installazione, layout del disco)
  • Informazioni sulle metodologie di utilizzo del sistema e del software (auto login abilitato o meno, utilizzo di software di terze parti, attivazione del LivePatching)

Seppur si assicuri che queste informazioni non siano legate in tempo reale (pare che l’indirizzo IP ad esempio non venga catturato), la perplessità cresce, soprattutto per il fatto che tutti questi dati saranno poi resi pubblici. La speranza è che non ci sia modo di associare i dati pubblicati con i reali utilizzatori, altrimenti si potrebbe intaccare seriamente la privacy degli utenti.

Generalmente l’uso di software open source è sinonimo di trasparenza, e l’annunciare con sufficiente anticipo le intenzioni così nel dettaglio fa pensare che le cose saranno fatte come si deve, ma in ogni caso ci viene chiesto di mandare parecche informazioni a loro (anzi, ci viene chiesto se NON mandare queste informazioni, di default la spunta sarà presente).

Voi cosa sceglierete?

Ubuntu ama sempre più SNAP, forse presente di default su 18.04

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Ci avviciniamo all’uscita della prossima versione di Ubuntu LTS, e le voci riguardo alle novità (anche mancate) continuano a rincorrersi. Ultima arrivata: SNAP sarà presente (ed usata) di default nella distribuzione. Di cosa sia SNAP ne abbiamo già parlato poco tempo fa, mentre l’integrazione di default non è una novità assoluta, dato che Ubuntu Mint 17.10 già lo integra; la notizia è vederlo in una distribuzione LTS, ovvero orientata alla stabilità e con l’impegno del produttore per un supporto a lungo termine.

Una delle limitazioni classiche e note delle distribuzioni LTS è l’invecchiamento del software: le versioni dei vari programmi sono scelte e fissate all’uscita della distribuzione e il supporto (di stabilità e sicurezza) vengono garantiti per quelle versioni, legate alle librerie ed agli altri sistemi presenti (e fissati nel tempo anche loro). Ma se questa limitazione è poco importante in un contesto server, per un uso più desktop poter disporre dell’ultima versione di una certa applicazione, con feature o compatibilà migliori, può essere davvero importante; un esempio può essere una Ubuntu 14.04 (supportata fino al 2019) esclusa dall’ultima release di LibreOffice, o con una applicazione Skype ormai dismessa e non più compatibile.
I pacchetti SNAP, essendo autosufficienti, possono essere aggiornati senza dover aggiornare le librerie di sistema, e quindi permettono l’aggiornamento del software senza minare la stabilità di sistema.

Tutto bene e bello, quindi? Sembra di no, in quanto alcuni utenti hanno esposto degli svantaggi:

  • tempi di apertura delle applicazioni più alti
  • spazio disco richiesto molto più grande
  • aspetto delle applicazioni non uniforme (insomma, sono brutte)

La sensazione è che per superare un problema se ne creino altri, e quindi che la soluzione non sia del tutto adeguata; inoltre, chi cercherà stabilità probabilmente non avrà bisogno delle applicazioni distribuite via SNAP, e chi invece avrà bisogno delle ultime versioni di certe applicazioni probabilmente potrebbe fare a meno delle LTS. O no?

Niente Wayland di default su Ubuntu 18.04 LTS

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Ubuntu fa un passo indietro: Bionic Beaver (18.04 LTS) non utilizzerà Wayland di default, si tornerà a X.Org Server.

Ovviamente Wayland non sparirà e sarà possibile selezionarlo nella schermata di login GDM.

Canonical ha motivato la scelta sostenendo che attualmente X.Org offre un miglior supporto per la condivisione schermo (per Skype e Google Hangouts, ad esempio) e remote desktop (VNC, RPD) e che GNOME gestisce meglio i crash sotto X.Org invece che Wayland. Inoltre (anche se non sembrerebbe una delle principali motivazioni) anche alcuni driver NVIDIA per Linux funzionano meglio che su Wayland.

Il team di Ubuntu sta ancora lavorando sul miglioramento delle prestazioni e sulle nuove estensioni, come PipeWire, ed Aprile sembra davvero troppo vicino per includere tutto. Bionic Beaver comunque include degli aggiornamenti importanti tra i quali il kernel 4.15, Mesa 18.0 e GCC 7.

Ubuntu 18.04 utilizzerà la versione 1.19 di X.Org; la versione 1.20 (già rimandata) non sembra verrà rilasciata a breve e non potrà essere inclusa in questa release.

Google saluta Ubuntu e da il benvenuto a Debian

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E’ arrivata la conferma ufficiale da parte di Google: per i client presenti nell’azienda, Big G ha deciso di abbandonare Goobuntu, sviluppata internamente e basata sul famoso Ubuntu di Canonical, in favore di gLinux, basa sul ramo testing di Debian.

Anche in questo caso la decisione di Google è stata quella di prendere un prodotto open source, introdurci delle variazioni – ogni pacchetto di Debian Testing viene preso, ricompilato testato e sistemato, introducendo modifiche o patch, prima di aggiungerlo ai repository utilizzati da gLinux – ed utilizzarlo solo internamente, senza rilasciare alcunchè pubblicamente.

Quindi non perdete tempo cercando di scaricare Goobuntu o gLinux, sono di Google e vivranno solo per Google.

La parte interessante è che Google ha rilasciato anche un whitepaper in cui mostra le scelte architetturali per la gestione di un parco client così ampio (stiamo parlando di circa un quarto di milione di macchine): viene utilizzato il sistema Puppet in modalità Masterless!

Sono quindi i client stessi che scaricano da un punto centralizzato le configurazioni puppet e le applicano in locale sulla macchina. Insieme all’uso di PXE e TFTP per l’installazione via rete di queste immagini.

Quindi, grazie a Puppet ed alla combinazione PXE+TFTP, Google è in grado di reinstallare un qualsiasi client all’interno della sua rete in meno di 30 minuti, in maniera autonoma e senza necessità di intervento umano di qualsiasi tipo.

Il tutto per avere un bel desktop con release recenti del software con un’interfaccia grafica GNOME supportata da Wayland.

Non male insomma, anche se a me piacerebbe mettere le mani su uno di questo OS per dare un occhiata sia al lavoro fatto dall’IT di Google, sia a quanta innovazione NON viene riversata nella comunità.

Siete interessati?

Problemi su Ubuntu dopo le patch per Spectre e Meltdown

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Negli ultimi ultimi giorni Spectre e Meltdown sono al centro di praticamente ogni articolo del mondo IT. I bug, in tre varianti, affliggono tutte le CPU Intel ed AMD (sì, alla fine anche AMD ha ammesso di essere affetta dalle due varianti di Spectre) e trattandosi di falle a livello hardware, i produttori di software stanno correndo ai ripari rilasciando patch su base quasi giornaliera.

Tutta questa fretta sta generando non pochi disagi agli utenti che spesso si ritrovano con macchine che non fanno più boot. Inizialmente c’è stata Microsoft con una patch che rendeva inutilizzabili i computer con CPU Athlon ed ora anche Ubuntu sembra avere qualche inghippo.

Non è un gran momento per la distribuzione di Canonical, infatti questo nuovo problema segue a ruota il bug che impattava i BIOS di alcuni Lenovo per il quale venne inibito il download di ISO per il paio di settimane necessario a risolvere il problema.

Nelle ultime ore gli utenti hanno iniziato a segnalare sia sui forum sia su Launchpad come dopo aver aggiornato Ubuntu 16.04 con kernel 4.4.0-108-generic, la macchina non riesca più ad eseguire il boot.

Canonical suggerisce di procedere come segue:

  1. Avviare con l’ultima versione funzionante del kernel
  2. Rimuovere la patch buggata
  3. Installare l’ultima versione del kernel, la 4.4.0-109-generic tramite apt

State veramente riscontrando problemi dopo Spectre/Meltdown?

Nuove immagini per Ubuntu 17.10, risolto il bug sui laptop Lenovo

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Sono state necessarie oltre due settimane di lavoro per il team di Canonical per correggere il bug che causava il brick (spesso irreversibile) dei BIOS sui laptop Lenovo.

Come detto in precedenza, il bug era causato da una specifica componente del kernel, il driver Intel SPI, che permetteva l’aggiornamento del firmware del BIOS direttamente dalla scheda madre.

Nella versione upstream del kernel Linux questa feature è disabilitata di default perché considerata ancora instabile e non pronta per l’utilizzo. Non è chiaro perché Canonical abbia invece deciso di abilitarla.

La nuova ISO verrà rilasciata l’11 di gennaio e intel-spi sarà ben disabilitato!

Nel frattempo (anche se ormai ci siamo, tanto vale attendere), su Internet sono stati pubblicati una serie di workaround e voodoo-fix, anche se quello piu di successo parebbe quello pubblicato da OMG! UBUNTU! in questo tweet.

Finora, un inizio di anno un po’ sfortunato per il mondo IT!