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Fedora 29: priorità ai binari installati dagli utenti in PATH

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Le tante novità che verranno introdotte in Fedora 29 non smettono di far discutere la community: prima il menu di GRUB che svanisce, poi la controversa proposta del i686 is for x86_64, ovvero il buildare pacchetti i686 con il supporto SSE2 per utilizzarli su sistemi x86_64 come RPM multi-lib… ed ora PATH!

Sì, l’infuocata community di fedoristi si sta scontrando per una nuova modifica, tra l’altro già approvata dalla FESCo (Fedora Engineering and Steering Commitee), che riguarda PATH, la variabile che definisce una serie di directory nelle quali cercare gli eseguibili.

A partire da Fedora 29, PATH darà priorità alle directory dell’utente per cercare gli esegubili. In poche parole, ~/.local/bin e ~/bin verranno sposati all’inizio della definizione della variabile facendo passare in secondo piano i path di sistema.

Gli sviluppatori di Fedora hanno voluto questa variazione per fare in modo che un eventuale tool installato dall’utente possa essere individuato ed utilizzato per primo, invece che utilizzarne uno di sistema. Inoltre questo comportamento di PATH andrebbe ad allinearsi a quello di altre distribuzioni, ad esempio Ubuntu e Debian.

Dall’altra parte, utenti sul piede di guerra che gridano al security issue perché, in questa maniera, un tool malevolo installato erroneamente dall’utente prenderebbe la precedenza rispetto a qualunque altro tool legittimo presente nei path di sistema.

La risposta è arrivata immediatamente, ed è anche piuttosto ovvia: PATH è una variabile che può essere modificata in ogni momento dall’utente. Inoltre, un malintenzionato che ha avuto accesso ad un account potrebbe aver già modificato PATH… o magari (e molto più realisticamente) aver già messo le mani su dati di altri account.

Da fedorista, continuerò a seguire con interesse (e con un sacchetto di popcorn) le change proposte dal team… sperando che le bagarre devs vs. users non finiscano col posticipare la release!

Ma alla fine, quanti utenti Linux ci sono in tutto?

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È una domanda costantemente d’attualità, sebbene ce la si ponga da almeno 25 anni: quanti sono gli utenti Linux nel mondo? Ebbene la domanda se l’è posta anche Steven J. Vaughan-Nichols di ZDNet, e l’autore si è messo anche a fare i conti.

Il dato base di partenza è relativo ai PC venduti ogni anno, che sono 250 milioni. Uno dice, e quelli già installati? Domanda legittima, ma visto che per l’attuale installato è impossibile avere un numero, questi 250 milioni possono servire a calcolare le stime recuperate da diverse società di analisi.

Di tutti i PC connessi ad Internet, secondo NetMarketShare, l’uno virgola ottantaquattro (1,84) percento è Linux, a cui va aggiunta una percentuale addizionale dello zero virgola ventinove (0,29) stimata per i Chromebook, i quali alla fine non sono altro che una variante Linux. Alto il numero, vero? Infatti NetMarketShare ha rivisto l’analisi al ribasso, in quanto il meccanismo di calcolo utilizzato aveva delle lacune (i dettagli sono nell’articolo).

L’analisi dei dati passa poi per altre società che raccolgono queste informazioni. Per esempio, secondo StatCounter i desktop Linux sono l’uno virgola quarantotto (1,48) percento a cui si aggiunge la quota di Chrome OS, che è di uno virgola zerotre (1,03) percento. In questo caso il calcolo viene effettuato basandosi su un codice installato su più di due milioni di siti.

Ultimo dato in analisi, quello del DAP (Digital Analytics Program) secondo il quale Linux si attesta allo zero virgola sei (0,6) percento con la quota di Chrome OS all’uno virgola tre (1,3) percento.

È ufficiale quindi? Lo possiamo dire? È l’anno di Linux sui Desktop? Di regola i numeri non mentono, ma in questo caso le diverse analisi e i risultati presentati, migliaio più, migliaio meno, raccontano che Linux ha l’uno percento di “quota di mercato”.

Tanto?

Poco?

La vita è una questione di prospettiva.

😉

P.S.: Android è al di fuori di questo calcolo, anche perché secondo il DAP i dispositivi Android sulla rete sarebbero… uh… Il 70,96 percento!

Ubuntu inizierà a collezionare dati dagli utenti

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Con l’arrivo di Ubuntu 18.04 LTS, previsto per fine Aprile di quest’anno, abbiamo già avuto modo di vedere come diverse novità arriveranno sui computer degli affezionati della distribuzione di Canonical.

Dall’abbandono di Unity in favore di GNOME, alla probabile presenza di default del sistema di pacchetti Snap, alla scelta di continuare con X.org invece di passare a Wayland, i sistemi forniti da Shuttleworth vedranno diversi cambiamenti, speriamo in meglio.

Una delle “feature” che però sta facendo storcere il naso a molti è stata data in questi giorni sulla mailing list ufficiale da Will Cooke, membro del team desktop di Ubuntu:

We want to be able to focus our engineering efforts on the things that matter most to our users, and in order to do that we need to get some more data about sort of setups our users have and which software they are running on it.

Vogliamo essere in grado di concentrare il nostro effort ingegneristico sulle cose che sono più importati per i nostri utenti, e per fare questo dobbiamo prendere più informazioni riguardo il tipo di installazioni che i nostri utenti hanno e quali software eseguono su di esse.

La soluzione su come questo probabilmente verrà fatto è dichiarata subito dopo:

We would like to add a checkbox to the installer, exact wording TBD, but along the lines of “Send diagnostics information to help improve Ubuntu”. This would be checked by default.

Vogliamo aggiungere una spunta all’installer, con testo ancora da definire in maniera definitiva, ma che sarà simile a “Invia informazioni diagnostiche per aiutare a migliorare Ubuntu”. Questo sarà selezionato di default.

L’idea è quindi chiara: avere un sistema di default (ma con possibilità di fare opt-out) che prende dati dai computer e li manda a Canonical, con lo scopo di analizzare l’uso dei sistemi Ubuntu e di quello che ci si installa sopra.

Ma quali sono questi dati? Tra quelli che spiccano di più abbiamo:

  • Versione e customizzazione (flavour) di Ubuntu
  • Informazioni sull’hardware (CPU, RAM, dimensione disco, risoluzione schermo, informazioni sulla GPU e sul produttore dell’hardare)
  • Posizione geografica del sistema (basandosi su quanto selezionato in fase di installazione dall’utente)
  • Informazioni sull’installazione (tempo impiegato, installazione degli update in fase di installazione, layout del disco)
  • Informazioni sulle metodologie di utilizzo del sistema e del software (auto login abilitato o meno, utilizzo di software di terze parti, attivazione del LivePatching)

Seppur si assicuri che queste informazioni non siano legate in tempo reale (pare che l’indirizzo IP ad esempio non venga catturato), la perplessità cresce, soprattutto per il fatto che tutti questi dati saranno poi resi pubblici. La speranza è che non ci sia modo di associare i dati pubblicati con i reali utilizzatori, altrimenti si potrebbe intaccare seriamente la privacy degli utenti.

Generalmente l’uso di software open source è sinonimo di trasparenza, e l’annunciare con sufficiente anticipo le intenzioni così nel dettaglio fa pensare che le cose saranno fatte come si deve, ma in ogni caso ci viene chiesto di mandare parecche informazioni a loro (anzi, ci viene chiesto se NON mandare queste informazioni, di default la spunta sarà presente).

Voi cosa sceglierete?